lunedì 21 giugno 2010

Le verità degli altri

Il negozietto di generi alimentari è sempre lo stesso: un ingresso sul vicolo stretto e l'altro sul lungo mare, di fronte all'azzurro del cielo e dell'acqua, e all'arancio delle pietre barocche. Entro dal vicolo, come sempre. E' mattina presto, c'è solo un avventore. La propietaria alza lo sguardo dal conto che stila, sempre, rigorosamente, a mano. Un solo attimo di incertezza e mi riconosce. Non sorride. Io le sorrido. Liquida velocemente il cliente e scivola verso di me, fuori dal bancone. Mi abbraccia. "Signora, fui tanto in pensiero per lei e per suo marito, ma chiesi sempre alla sua amica. Mi disse che vi eravate salvati, che avevate, però, perso la casa. E tutto. Poi, mi creda, mi si aprì il cuore dalla felicità quando vidi alla televisione che vi davano le case nuove. Che vi ricostruivano la città. Che tutto era a posto, in così poco tempo. Siete stati fortunati".
Non mi va di raccontare. Non mi va di dire che non siamo poi così fortunati. Voglio dimenticare la nostra condizione. Almeno per qualche giorno. La signora coglie il mio strano mutismo e mi dice che mi vede diversa. Stanca. "Sì, sono stanca" le dico. E, cercando di cambiare discorso, le chiedo un litro di latte. Un furgoncino a tre ruote si ferma davanti l'ingresso, sul lato del mare. L'odore del pane ancora caldo invade l'aria. Chiudo gli occhi: un attimo di benessere. La brezza mattutina, il rumore del mare. Quel profumo di pane.
"I panetti di latte di mandorle arrivarono freschi ieri sera" mi informa la signora. E poi, rivolta al figlio che sta scendendo dal furgoncino "Salvo, ricordi la signora dell'Aquila? L'anno scorso non venne, per via del terremoto". Salvo mi getta uno sguardo cortese, ma indifferente: "buongiorno signora". Ed inizia a scaricare i sacchetti bianchi del pane. La mamma sta incartando, per me, due soffici brioche. Mi piacciono al mattino, con un velo di marmellata di arance. O, quando voglio strafare, con la granita di caffè.
"Belle veramente quelle case nuove. Persino lo champagne. Berlusconi vi ha dato proprio tutto. Solo di noi si è dimenticato" si lamenta la signora. A questo punto, Salvo, con lo sguardo chino sui sacchetti del pane, farfuglia " i Siciliani sfortunati di serie B sono. A San Fratello ancora sfollati sono. E proprio ieri la protezione civile arrivò a dire che non ci sono soldi per ricostruire le case e per pagare gli affitti di quelle dove sono sitemati ora. Ma quelli si incazzarono. In mille erano, e occuparono il Comune. Lo sciopero della fame vogliono fare".
"Lo hai letto sul giornale, Salvo?" gli domando incuriosita. " No, i giornali e la televisione non ne parlano. Me lo disse la cognata della mia zita che ha un cugino da quelle parti. Berlusconi ha preso tanti voti in Sicilia. Noi tutti in famiglia lo votammo. Ma niente ha fatto per noi. Solo promesse. E soldi sul terremoto in Abruzzo ha buttato. Per carità, voi avete avuto tutto. Ed è giusto. Ma noi? Un amico della protezione civile che è stato in Abruzzo mi ha detto che gli Abruzzesi non sono mai contenti. Vogliono la bistecca di vitello tutti i giorni. E i cornetti freschi alla mattina. E vogliono essere fatti tutto. Niente fanno. E ora si lamentano ché le case nuove sono piccole e non hanno il bar ed il cinema vicini. E non vogliono pagare le bollette e le tasse. Troppo gli hanno dato". Noto che parla in terza persona plurale. Non vuole offendermi. La madre è visibilmente imbarazzata. Non mi guarda. " C'è il pane con i semi di sesamo?" chiedo indifferente. " Sì sì, caldo caldo" mi dice Salvo, tirando fuori da un sacchetto un filoncino fragrante. " Altro?" sussurra la mamma. " Basta così" concludo. Il conto a mano, niente scontrino. Prendo il sacchetto e saluto "Salvo, signora arrivederci". Esco. Non voglio più tornare in questo posto. Ma, sulla soglia, qualcosa mi blocca. Ripercorro i miei passi. La signora è scomparsa nel retro. Salvo sistema i succhi di frutta sugli scaffali. Poggio il sacchetto di plastica sul bancone. "Salvo, facciamo un gioco" gli dico. "Immagina la tua bella Ortigia chiusa, sbarrata. Non puoi entrare perché le camionette con i militari sorvegliano giorno e notte la tua città deserta. Se vuoi andare a casa tua ti serve un permesso speciale, e puoi andarci solo per pochi minuti, e una volta ogni quindici giorni, e solo se devi prendere qualcosa. Immagina il tuo negozio sbarrato. Immagina di non lavorare da mesi e mesi. E immagina tutti i negozi chiusi. E i bar, e gli uffici. Immagina che su settantamila Siracusani solo quindicimila hanno avuto la casa del miracolo. Gli altri si son dovuti arrangiare da soli. Pagando fitti di casa triplicati. E di tasca propria, ché l'aiuto dello Stato non arriva, proprio come a San Fratello. Immagina quattromila commercianti che non hanno più fonte di guadagno. E immagina Siracusa senza più piazze, o bar, o posti di ritrovo. Solo un centro commerciale. Immagina che, sulla via del mare, persino a ridosso della spiaggia, sorgano all'improvviso casermoni di cartongesso, su colate di cemento. Immagina questo miracolo che deturpa il tuo panorama. E tu non riconosci più il tuo mare. E la tua città. I tuoi amici dispersi non sai dove. In diciannove piccole città. Lontane chilometri e chilometri da te. Immagina altri ospitati in caserma. Altri ancora negli alberghi lontano cento chilometri. E tante persone, ben ventimila, senza lavoro. Ecco, fai conto che io sia la cognata della tua zita. Ti racconto quello che i giornali e la TV non ti dicono. Anche gli Aquilani hanno protestato. In trentamila. Hanno persino bloccato l'autostrada, per dire che, in queste condizioni, non possono tornare a pagare le tasse. Ma nessuno lo sa. E, dimmi, tu cosa avresti fatto in una situazione simile? Saresti contento per il miracolo e ringrazieresti il Governo?" Non esita neanche un instante, Salvo, con i suoi vent'anni "Io prenderei l'aereo e me ne andrei" mi sibila, prima di scomparire anche lui nel retro. "Ciao, Salvo, a domani", prendo il sacchetto ed esco.
Una scia bianca attraversa il cielo proprio dove si congiunge con il mare. Devo strizzare gli occhi per guardarla, ché la luce è già abbagliante. Un geco corre lungo il muro, fino a nascondersi in un buco. Mi avvio verso casa. Pochi metri. Sono già stanca.

mercoledì 9 giugno 2010

A presto

E' prevista, per il giorno 16, una mobilitazione che i cittadini aquilani del presidio permanente di piazza Duomo stanno organizzando per rivendicare il diritto di non tornare a pagare le tasse dal prossimo primo luglio e per avanzare la piattaforma di proposte che hanno elaborato per la ricostruzione sociale, economica e abitativa della nostra città. Manifestazione che si vorrebbe unitaria della cittadinanza tutta. I problemi, come sempre, sono tanti. E' difficile organizzare una mobilitazione senza mezzi e con poca forza fisica. Ma si va avanti nel duro lavoro. La cittadinanza è stanca e sfiduciata. Si sente abbandonata dalle istituzioni. E ricattata da quel padrone che minaccia di fare ciò che ha già fatto: ignorare la nostra condizione reale, poiché non si plaude al miracolo inesistente. Chi non ha occhi per vedere, e forza per capire, crede ancora che ciò che abbiamo avuto, poco e malgestito, non ci fosse dovuto. E accetta, piegando il capo. E per paura dell'ostracismo attribuito a coloro che vengono additati quali ingrati.
L'istituzione della zona franca urbana, manovra già inefficace, poiché riservata non già alle attività esistenti, azzerate o in grave sofferenza, ma all'insediamento di nuove imprese, è naufragata. La manovra finanziara l'ha fatta sapientemente scivolare in "zona a burocrazia zero". Non più sgravi fiscali o contributivi per cinque anni, ma solo un inter burocratico semplificato per chi vuole aprire una nuova attività. I 45 milioni di euro già stanziati si volatilizzano.
Il primo degli incontri promossi dal tavolo della comunicazione del presidio di piazza Duomo con gli abitanti del progetto c.a.s.e., tenutosi, per iniziare, negli insediamenti di Roio e finalizzato alla rilevazione dei bisogni dei cittadini, ha evidenziato persone fortemente demoralizzate e rinunciatarie. Persone che non vogliono uscire di casa. Persone che hanno perso la già poca speranza. Avvertono i tristi quartieri dormitorio come destino ineluttabile e permanente. La mancanza di provvisorietà che il governo ha voluto imporre con il faraonico progetto delinea negli animi un futuro che non prevede ricostruzione. E uccide i sogni. La riapertura di un altro piccolissimo tratto del corso, nel centro storico, a 14 mesi dal sisma, concede un po' di entusiasmo che sfuma, però, quando si comprende che una città non è fatta di case puntellate, ma di negozi, uffici, abitazioni. E persone attive.
Occorre un'iniezione di speranza. E occorre unità. Entrambe mancano. Forse arriveranno.
Questo è quello che lascio. Per la prima volta da quel 6 aprile, avverto il desiderio di andare via. Ho bisogno di "normalità" per poter chiarire le mie idee.
Lascio gli amici attivi e combattenti non senza rammarico e senso di colpa. Ma so che ben poco potrei fare in questo momento per la nostra causa. I mesi passati mi hanno minata nel fisico e negli entusiasmi. Ma so che i movimenti di persone responsabili sono onde. Si va e si viene. In questo cambio c'è la forza.
A presto lettori di questo blog. L'ho detto, lo ripeto, raccontarvi le nostre vicende è per me fonte di energia e motivazione. Siete preziosi.
A presto amici aquilani. Amici di lotta. Il vostro lavoro è impagabile ed esemplare.
A presto Aquilani tutti. Tirate fuori quell'orgoglio che ci dicono di avere. Io non lo vedo. Quando si è uniti si trae forza l'uno dall'altro. Buttiamo al vento pregiudizi e divisioni. Uniamoci per la nostra città.
Perché qui, soli, si muore.

sabato 5 giugno 2010

Rabbia



Lo stato d'animo che impera, in questi giorni ,tra i cittadini responsabili è la rabbia. Rabbia perché la misura è colma. Il tentativo della regione Abruzzo di distogliere il danaro del terremoto per operazioni che riguardano il ripianamento del buco nel bilancio e per iniziative in altre provincie non interessate dal sisma. La presenza in città del nuovo prefetto fresco di nomina, signora Iurato, che, imperterrita, nonostante il suo nome sia presente nella lista Anemone, nonostante sia indagata a Napoli per turbativa d'asta, continua a restare saldamente attaccata alla poltrona, fortemente voluta dal ministro Maroni. Il danaro dei famosi sms degli Italiani, cinque milioni di solidarietà, consegnati dalla protezione civile al fondo Etimos, che li userà per dare prestiti a famiglie ed imprese in difficoltà, a TASSO AGEVOLATO. Danaro sul quale lucreranno.E i referenti per istruire le pratiche saranno i centri di ascolto della caritas.
Vado avanti, c'è ancora molto.
Le tasse ed i mutui, da tornare a pagare il primo luglio. Anche per i beni immobili distrutti. Ci riservano un trattamento diverso da quello adottato nei precedenti terremoti. Il nuovo presidente della provincia, quel Del Corvo preferito, nelle ultime consultazioni elettorali, alla ds Pezzopane, vuole rendere il consiglio provinciale "itinerante". Inizia dalla Marsica, la sua terra. Contro ogni regola statutaria, decide che L'Aquila non è più sede consona. Le pratiche riguardanti l'assegnazione degli alloggi del piano c.a.s.e. , già secretate dalla protezione civile, ancora rese inaccessibili dall'amministrazione comunale. Nessun controllo sull'assegnazione degli alloggi. Consegnati "a piacere". Le aree destinate, da progetto, ai servizi, sempre nei nuovi insediamenti , ora rimodulate, se non azzerate, aprono scenari di interi quartieri dormitorio.Le strade di accesso inadeguate per i mezzi publici. Le ore ed ore spese nel traffico di una grande città. Senza avere una città. Il danaro dell'emergenza che è finito. E siamo ancora in piena emergenza. Abitativa, lavorativa, sociale, economica. Il governo centrale che ci dice che abbiamo avuto fin troppo. Con gli sfollati ancora negli hotel e nelle caserme. E tantissimi abbandonati a provvedere a se stessi, senza aiuti di sorta. Bertolaso che , senza vergogna, continua a parlare di miracolo aquilano. Sprezzante e bugiardo. I centro storici in stato di totale abbandono. Le case con danni non strutturali, riparabili in breve tempo, che sono ancora lì, ad aspettare i fondi. Mentre si spende danaro per gli hotel di altre provincie.I giudici che inviano gli avvisi di garanzia ai componenti della commissione grandi rischi, che, una settimana prima del disastro, ci ha invitato a stare tranquilli. E noi siamo restati nei nostri letti.
La rabbia, sì. La rabbia monta.
Quello che mi sconvolge è che la maggior parte degli Aquilani continua a dormire. Inebetita. Sfiduciata. Stanca. Senza domani. Continua a non capire il valore della partecipazione. E della legittima RIVOLTA .
Leggevo, nel bel post dell'amico Federico D'Orazio (http://stazionemir.wordpress.com/2010/06/05/ricetta-per-una-rivoluzione-aquilana/), che tratta il mio medesimo argomento, un commento alla domanda "cosa altro devono fare agli Aquilani perché si ribellino?"
Portare loro via i televisori, era la risposta di chiappanuvoli(http://chiappanuvoli.wordpress.com/)

Per alleggerire, ché la satira è l'unica medicina, vi posto l'intercettazione im-possibile, partorita ieri da un amico mentre si lavorava al tavolo della partecipazione, nel tentativo di far comprendere alla cittadinanza ed alle istituzioni quanto sia importante pretendere i regolamenti che siano lo strumento che permette alle persone di essere attori e non spettatori della ricostruzione.

INTERCETTAZIONE IM-POSSIBILE
La trascrizione del colloquio tra Guido Bertolaso (GB) e il suo avvocato (A)
A: “Ciao Guido”
GB: “Ciao, come va?”
A: “Eh, non ho buone notizie. Il padrone della casa di via Giulia, Raffaele Curi, ha confermato che a pagarti l’affitto era Zampolini (n.d.r. segretario dell’imprenditore Anemone )”
GB: “Uhmmm … la cosa si fa seria”
A: “Eh si, tocca difendersi”
GB: “Già … potremmo dire che non ne sapevo niente. Anzi che il padrone di casa è un furfante, riscuoteva l’affitto due volte!”
A: “Eh si, considera però che questa linea non ha mica portato fortuna a Scajola”
GB: “Ah già … Allora potremmo dire che la casa me l’ha prestata un amico”
A: “Si, bene. Ma l’amico quindi è il padrone di casa, Curi …"
GB: “Non, no è un altro …”
A: “Cioè un tuo amico ti prestava una casa che non è sua e che pagava un’altro?”
GB: “Uhmm … certo un pò strano è … comunque meglio, più è incredibile meglio si riesce a confondere le acque”
A: “Uhmm … se lo dici tu …”
GB: “Si si, comunque Diego (Anemone n.d.r.) mi ha fatto incazzare”
A: “Beh lui però non ha cantato …”
GB: “Non, no non è questo. E’ il fatto che a Scajola gli ha pagato un’appartamento e a me solo l’affitto. E che so meno di Scajola io?”

mercoledì 2 giugno 2010

Povero Guido

Dall'incontro con il sindaco, nonché vice commissario alla ricostruzione, Cialente, promosso ieri dal tavolo di lavoro sulle tasse del presidio di piazza Duomo, scopriamo che il primo cittadino è indignato. Lo rivela in un tendone pieno di persone venute per ascoltare le sue parole e quelle di altri politici ed amministratori.
Indignato con il governo,dopo quattordici mesi, la bella addormentata finge di svegliarsi. Dopo non aver mai preso una posizione netta e le necessarie distanze dalle linee governative per la conduzione dell'emergenza e per i decreti che non mettono danaro in questa tragedia. Continua a modificare i suoi discorsi secondo la platea che ha davanti. Continua ad essere oscuro ed inefficace. E con lui tutto il team di dirigenti e tecnici di vecchia e nuova nomina. Persone inadeguate a fronteggiare la nostra condizione. Piccoli burocrati che si sono adeguati alle manovre dei pescecani che ci hanno divorato. Altro che orgoglio degli Aquilani. Il primo cittadino ha provveduto ad informarci che il danaro dell'emergenza è terminato. Quello per la ricostruzione non c'è. Quindi nessun contributo di autonoma sistemazione per i venticinquemila che si autogestiscono e che hanno visto gli ultimi miseri spiccioli a febbraio. L'amministrazione pagherà marzo ed aprile, forse, e poi basta. Eppure ci hanno obbligati ad autodichiarazioni e richieste di incremento della somma per i nuclei di una o due persone. Con file snervanti ed impiegati indisponenti.Nessun contributo per i traslochi, altre code, nel caldo afoso dell'agosto dello scorso anno. Nessun contributo per i beni di prima necessità, perduti nel sisma. Niente danaro per i puntellamenti dei palazzi feriti. Nel frattempo questi signori, comissario Chiodi e vice commissario Cialente, non mettono neanche mano all'idea della città da ricostruire. Non hanno la più pallida idea di cosa occorre. Sono lì, in balia delle onde. Continuano a non parlar chiaramente. Continuano, loro che potrebbero essere ascoltati, a non dire agli Italiani e persino agli Aquilani stessi, quelli che credono ancora nel famoso miracolo, poiché rincretiniti dalla propaganda di regime, che qui siamo allo stremo. Che qui stiamo morendo.
La beffa è stato l'intervento dell'on Pierluigi Mantini, il quale, alla fine di un discorso tanto condivisibile, quanto superfluo, ha chiesto le dimissioni di Guido Bertolaso. Le ha chieste, fra gli applausi degli astanti, davanti a chi, seduto in prima fila, ex presidente della provincia e sindaco, ha da sempre avallato e riverito il capo della protezione civile. Insignendolo persino di premi al merito, e permettendogli di fare di noi e della nostra città carne da macello.
Il sindaco, raggiunto da me alla fine dell'incontro, quando gli ho detto che mi aspetto che urli a gran voce ciò che aveva appena sostenuto, non ha risposto, se non con parole che svicolavano dalla richiesta diretta. Mi ha detto che GUIDO, nonostante tutto, è amato da una parte di Aquilani e che lui ne è contento, poiché il poverino attraversa un brutto periodo. E mi ha rinfacciato che, quando ha chiesto la tassa di scopo per L'Aquila, è stato lasciato solo dal movimento. Movimento che ritiene debba essere il cagnolino che accorre per essere strumentalizzato. Lo ha detto senza neanche sapere che è in atto da tempo una raccolta di firme per richiedere la tassa. E che si è giunti ad un numero rilevante di consensi. Lo ha detto dopo avermi informata che il regolamento per la partecipazione, che noi pretendiamo a gran voce da più di un anno, è al vaglio di un tale Giuseppe (Totò direbbe uno scognomato) dal mese di luglio dello scorso anno. Lui non ha tempo per occuparsi della partecipazione dei cittadini. Mi domando cosa faccia. Si pregia di lavorare ventiquattro ore al giorno. Ebbene, che porti a conoscenza della cittadinanza, che nulla sa, i risultati di tanto lavoro. Ma di trasparenza delle istituzioni, in questi lidi, non se ne parla. Il sindaco fa balenare l'ipotesi di dimissioni da vice commissario alla ricostruzione. Le dimissioni non si paventano, a mo' di minaccia. Le dimissioni si rassegnano, quando non si vuole essere complici di inganni ed iniquità.
L'Aquila è nelle mani di individui di questo calibro. Amministratori che non hanno il coraggio di riportare le nostre condizioni. E noi, cittadini responsabili, a cercare ancora un colloquio con loro. Mi dissocio. Non si può tirar via l'olio dai sassi. Cosa abbiamo noi, se non le nostre menti pensanti e la totale abnegazione dedicata al tentativo di applicare la democrazia partecipata? Non abbiamo contributi di sorta, mettiamo mano al già scarno portafoglio per stampare volantini e manifesti. E siamo stanchi e con mille problemi personali. L'esasperazione sta arrivando.La povertà vera presto busserà alle porte degli Aquilani. Stipendi medi ridotti, da luglio, a 700 euro mensili, autonomi già allo stremo, consumi azzerati. E le bollette ed i mutui da pagare.
Già, povero GUIDO, sta attraversando un brutto periodo.

sabato 29 maggio 2010

Quei venticinque chilometri

A volte mi dico che son diventata insensibile. E' dal 7 aprile che, in spregio ad ogni divieto, io guardo le mie macerie. E la distruzione della mia città. Le ho accostate pian piano, le ho abbracciate, accarezzate, me ne sono cibata. Le ho metabolizzate. Ora le guardo con l'occhio di chi è abituato a vedere il congiunto gravemente ammalato e si ostina a cercare strade per nuove cure. Non si sofferma sull'eccessiva magrezza, sullo sguardo spento, sulle membra che si abbandonano. Guarda avanti. E spera. Ma, quando accompagno le persone che arrivano qui per la prima volta, e le costringo, alcune riottose, ad infrangere le transenne dei divieti, e ad inoltrarci nei vicoli del centro che conosco come le mie tasche,vedo in loro uno sgomento che mi spaventa. Vedo in loro quella che dovrebbe essere la mia reazione. Improvvisamente smettono di parlare ed i loro occhi si velano. Vedere tanta bellezza devastata dal sisma, e poi dall'incuria dell'abbandono, è esperienza dura per gli animi sensibili. E allora leggo nei loro occhi la domanda non detta "come puoi non piangere?" Non piango perché le lacrime non vogliono uscire. Non sono io che le butto dentro. Semplicemente non escono. Ma il dolore è lancinante. Allora ho indossato la corazza. Per sopravvivere. Ha pianto il nuovo Prefetto, proprio quella signora Iurato, della quale vi ho parlato. Persino Francesco Totti è stato profondamente colpito dallo stato del centro storico. Lo ha detto ai giornalisti, mentre le autorità lo conducevano, insieme con i suoi compagni di squadra, in quel tour fra le macerie che a noi Aquilani è assolutamente inibito "E' impressionante. Non mi aspettavo fosse questa la situazione. In televisione si è visto solo un centesimo di quello che è in realtà".E lo ha detto con le mani giunte sul viso,come a pregare.
Poi Bertolaso lo ha immediatamente condotto a vedere l'acronimo c.a.s.e. Ma di quella visita non si hanno commenti.
Il tendone del presidio dell'assemblea dei cittadini di piazza Duomo è a cinquanta metri da casa mia. Se pongo, all'interno, la sedia in una certa angolazione, mentre lavoro ai tavoli, o partecipo all'assemblea, vedo la facciata. Devo, per forza di cose, armarmi di corazza. Soprattutto quando vedo le transenne che impediscono a me ed a tutti gli Aquilani di avvicinarci alle nostre pietre.E le camionette dei militari. Attente a che non ci si avvicini alla nostra vita. E poi, quando al tendone le attività son terminate, tornare all'automobile. E dirigermi verso la mia casa di ora. Quella che dista venticinque chilometri dalla mia vita di prima.

venerdì 21 maggio 2010

Il nuovo prefetto

Posto vacante, dunque, quello del Prefetto dell'Aquila. L'ex poliziotto Gabrielli è andato a raggiungere la nomina di vice capo della protezione civile. Vice di Bertolaso. Gli occorrerà qualche mese per imparare bene dal maestro cosa fare. Come agire, come comportarsi. Egli è allievo diligente, ne sono certa. Lo ha ampiemente dimostrato sul territorio aquilano. E per questo è stato premiato.Sta arrivando al suo posto una signora: Maria Rita Iurato. Maroni si è impuntato: la voglio. Nonostante lo stop che le era stato inflitto dal consiglio dei ministri. La signora, infatti, risulta presente nella famosa lista Anemone. All'appunto numero 13 dell'anno 2005. Solo il suo nome e cognome. Null'altro. Un'ombra davvero poco consistente per stigmatizzarla, prima dei dovuti accertamenti degli inquirenti. Pesante, davvero pesante, se vela un ruolo tanto delicato come quello di vigilanza sugli appalti della nostra ricostruzione. Se mai ci sarà. La signora si è occupata sino a ieri di logistica e caserme. Si occuperà dei cittadini soldato. Quelli che non si pongono domande. E obbediscono agli ordini. E ringraziano anche. Quelli con i quali le istituzioni auspicano di avere a che fare . Qui di partecipazione non ne vogliono sentir parlare. Rimandano. Ci sono cose più importanti. Intanto, le ditte che hanno iniziato lentamente a puntellare la nostra città ferita abbandonano il campo. Ci sono 33 milioni di fatture insolute, sui 62 previsti. Hanno fatto di tutto per accaparrarsi l'affidamento dei lavori. Affidamento diretto, senza gara d'appalto. A discrezione del sindaco. Ora fanno marcia indietro. E si pentono.
E ogni giorno ne arriva una nuova. A mettere a dura prova i nervi già logori di noi terremotati.
Ricordo le richieste, che mi giungevano anche su questo blog, subito dopo quella notte. Mi si chiedeva un recapito sicuro per i soldi delle donazioni. Io prendevo tempo. Dicevo di aspettare. Dicevo che sarebbe stato meglio individuare delle persone realmente bisognose, piuttosto che inviare sms o danaro alle istituzioni. Molti mi hanno anche scritto piccati. Mi accusavano di non interessarmi alla cosa. Io non ho voluto assumermi la responsabilità di fare nomi. Ebbene, oggi si scopre che la Regione Abruzzo ha deciso di erogare al comune di Chieti ,territorio non interessato dal terremoto, parte dei soldi che gli Italiani hanno inviato quale aiuto per l'emergenza. Per attività musicali, cinematografiche, sportive e, più genericamente, culturali. Quasi 11 milioni che provengono dalle vostre donazioni. Un regalo per il neo eletto sindaco berlusconiano. E per i suoi elettori, ovvio. Il presidente della regione Chiodi si è limitato a dire che le accuse sono una "castroneria". Ma non ha dato spiegazioni di sorta. Qui le spiegazioni sono superflue. Bertolaso ha aperto la strada. Lor signori si adeguano.

mercoledì 19 maggio 2010

Non è possibile

Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa ,che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un'appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema. " Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo."

martedì 18 maggio 2010

L'ex ospedale di Collemaggio 2

Ecco il video di quanto vi ho raccontato nel post precedente

domenica 16 maggio 2010

L' ex ospedale di Collemaggio

Una bella giornata quella di ieri. Nonostante la pioggia ed il freddo. Quando la polizia e la celere sono arrivate, e noi avevamo già ripulito una grande stanza, persino spazzato e gettato acqua per ripararci dalla polvere, i ragazzi sono entrati con i tamburi ed abbiamo iniziato a ballare. E il rumore era tanto. A dire che la forza di volontà deve avere ragione sull'immobilismo. E sul profitto. E sull'arroganza. A dire che quegli spazi devono essere nostri. Nostri, ché non ne abbiamo più. E sorridevamo, nonostante tutto. Nonostante le intimidazioni.
Era un laboratorio di falegnameria, anni fa. All'interno dell'area dell'ospedale neuropsichiatrico di Collemaggio. Stabile classificato agibile. Devastato non dal terremoto, ma dall'incuria di chi sperpera il danaro pubblico. Costose attrezzature per disabili, scatoloni di medicinali non scaduti, macchinari per fisioterapia.Tutti ammassati. E poi banconi da falegname. E tanta sporcizia. E vetri rotti. Un migliaio di metri quadri inutilizzati. E si potrebbe renderli fruibili con poca spesa. E allora partono le idee. La creatività. Uno spazio per gli artigiani. Un laboratorio per la ricostruzione. Una biblioteca d'arte.Una bottega scuola. E tante altre ancora. Tutto a cozzare con la tenace ottusità delle amministrazioni che pensano a cartolizzare. E a speculare. Intorno un giardino all'italiana, bello, anche se abbandonato. Con i cedri del Libano.E tantissimi edifici. 150.000 metriquadri, di cui 12.000 coperti.Una piccola città nella città. Un luogo della memoria. Un luogo che tutti gli Aquilani conoscono. Proprietà della Asl. Abbandonato a se stesso.
Si esce dalle mura, nei campi che non ci sono più, e le c.a.s.e, fiore all'occhiello del presidente palazzinaro, e danaro non controllato,nelle tasche degli imprenditori forestieri, ci mostrano una città che non volevamo. Che non riconosciamo. Che offende il nostro orizzonte e i nostri cuori. Da lontano le cupole e le facciate della città antica. Lasciata a marcire. La nostra città, quella vera.

sabato 15 maggio 2010

L'Aquila non è il Friuli















Leggo su http://www.6aprile2009.it/?p=12913
Chi scrive e’ un terremotato friulano, un abitante della «piccola patria» di Pasolini che ha visto cadere interi paesi e poi in vent’anni ha visto un territorio assistito, aiutato e ricostruito pietra su pietra. Giorni in cui non esisteva nemmeno la protezione civile. Giorni in cui, nel 1976, lo stato affidava ai sindaci dei comuni crollati il 6 maggio l’incarico di decidere «come» ricostruire il proprio paese. «Draquila» racconta questo: l’impossibilita’ di decidere cosa fare della propria casa e del vivere insieme, solidale, di una comunita’ che ha vissuto tanto, tanto dolore. Un mese fa a Udine ho sentito un ingegnere sessantenne esclamare : «il periodo piu’ bello della mia vita? Quello dopo il terremoto, vivevamo tutti insieme, ci aiutavamo gli uni con gli altri. Ci volevamo bene, ci eravamo perdonati tutto». A L’Aquila forse hanno rubato anche questo.
A L'Aquila hanno lavorato bene per dividere la popolazione. Per mettere gli uni contro gli altri. Creando le fazioni. Come allo stadio. Usando l'informazione bugiarda. Favorendo alcuni, a scapito di molti. L'aggravante è che il nostro sindaco, gli assessori, i consiglieri sono incapaci di gestire la nostra condizione. E assolutamente indifferenti al principio della partecipazione dei cittadini e della sussidiarietà.
A giugno torneremo a pagare le tasse, conferendo anche gli arretrati,in un territorio economicamente disastrato. La zona franca è un grande punto interrogativo. Ci domandiamo a chi gioverà.
Intanto le carriole domani tornano in piazza e l'assemblea vedrà ancora i cittadini responsabili impegnati nella proposta di partecipazione. E nel tentativo di riappropriarsi del parco e di una struttura dell'ex ospedale psichiatrico di Collemaggio. Per farne laboratorio di idee e proposte.

mercoledì 12 maggio 2010

Il degno successore

Uno stillicidio: è da ottobre dello scorso anno che annuncia la volontà di ritirarsi. "Basta, vado via, ho compiuto la mia opera di umile servitore dello stato. L'Africa mi aspetta" E lui, il suo capo, "ma no, non andare via, L'Aquila ed il Paese intero hanno ancora tanto bisogno di te". Quindi resta. Poi, a dicembre, sembrava fatta. Di nuovo un falso allarme,non va via. Poi arrivano quelli che ridevano, quella notte, e lui resta ancora. Impavido. Inizialmente ridimensionando superbia e tracontanza, poi tornando lo sprezzante dittatore di sempre. Ora di nuovo : "il mio vice è pronto a sostituirmi, vado via a settembre, forse a luglio, non trattenetemi". Il dottor Bertolaso chiude la ditta, va in pensione. Dopo l'ultimo miracolo compiuto a L'Aquila. Poco importa che sia indagato per corruzione dalla magistratura di Perugia, poco importa che sia saltato fuori un assegno di Anenome, intestato alla consorte, poco importano gli incarichi che ha conferito al cognato per il mancato G8 della Maddalena.Poco importa Monica del Salaria Village. Viene ancora spacciato come il nostro salvatore. Colui che ha scongiurato per noi il pericolo dei container a vita. Come nei passati terremoti, quando lui non c'era. E gli Italiani imbecilli si cibano di una stoltezza tanto grande che relega noi fra gli irriconoscenti senza vergogna. Quindi il re sole va via. Per sua scelta o perché obbligato dalla magistratura, questo staremo a vederlo. Il vice, dunque. E' già bello e pronto. Da dove arriva? Dall'Aquila, ovvio. E già, è proprio il nostro prefetto Franco Gabrielli, nominato all'uopo all'indomani del terremoto. Un poliziotto che ha fatto una brillante carriera. Brillantissima e super veloce negli ultimi mesi. E' stato promosso per i meriti conquistati sul campo. Ex capo del Sisde, a L'Aquila ha mostrato il volto buono ed il fare comprensivo con chi ha chinato il capo, il braccio di ferro con chi ha cercato di autorganizzarsi. Figlio di operai, vive ancora il complesso di inferiorità nei confronti di coloro che reputa borghesi: "quel maglione arancione che indossavo a scuola, quando papà fu licenziato dalla ditta per cui lavorava, strideva con gli abiti dei fighetti di quel liceo", ama ricordare. E qui a L'Aquila ha apostrofato noi cittadini responsabili "quattro cialtroni", ed è andato avanti a suon di denunce. Ha battibeccato sui media con il giovane Lolli, ragazzo impegnato dalla prim'ora nell'attività dei comitati cittadini, apostrofandolo, appunto, "fighetto con le spalle coperte". Ha, infatti, la grande colpa di non essere figlio di operai. Stessa colpa che ho io. E tanti altri ancora. Diffido da sempre di chi, emancipatosi da uno stato che egli stesso ritiene di subordinazione, detiene il potere. Non ho mai concordato con la tesi pasoliniana del poliziotto proletario. Se metti in mano una pistola a chi cova desideri di rivalsa, lo rendi pericolosissimo. Ebbene, Franco Gabrielli sarà il nuovo capo della Protezione Civile nazionale. Ripeto: ha lavorato bene al miracolo aquilano, quello che ha fatto cose straordinarie. Merita di essere il degno successore di Bertolaso.

giovedì 6 maggio 2010

L'emergenza



Ci si abitua a tutto. Anche a non avere più nulla. Anche a vivere in una città fantasma. Dove ogni cosa,la minima, è difficoltosissima. Ci si abitua a non avere più alcun punto di riferimento. Ci si abitua all'idea di dover ricominciare, da capo, una vita nuova. Ci si abitua alle macerie. E alle case distrutte. E ad un nuovo orizzonte. Ci si abitua persino a vedere la rassegnazione passiva di coloro che hanno subito il tuo stesso dramma. E tacciono. Pensando che ciò sia meglio. O maggiormente conveniente. Ci si abitua a chi, pur nella disperazione, continua a non farsi domande. E ad accettare quello che gli viene calato dall'altro. Ci si abitua a cercare, ad ogni costo, di comprendere e giustificare le loro motivazioni. Poi, alcune cose si tenta di dimenticarle. Si tenta di non pensarci, per non impazzire di rabbia. Si tenta di guardare avanti. Ma un film ti riporta indietro di pochi mesi. Ti riporta indietro a quando qui la democrazia e i diritti fondamentali dell'essere umano sono stati calpestati. Quando sei stato solo, di fronte ad una cosa tanto più grande di te. E non sei fuggito perché sentivi che un'ingiustizia tanto grande doveva essere combattuta. E raccontata.Non ce l'hai fatta a far finta di nulla. A delegare ad altri la rivendicazione dei tuoi diritti. O a calpestarli tu stesso, guardandoli da lontano. La cosa peggiore che questo terremoto mi ha inflitto, credetemi, non è stata la perdita delle cose e della vita di prima. La cosa peggiore è stata la violenza che abbiamo subito da parte del protettore invasore. Violenza della quale la nostra terra e le nostre anime porteranno le stimmate per sempre. E per riaprirle, e farle sanguinare, basta il film di chi qui c'è stato. A vedere cosa ci hanno fatto.
Ero prevenuta verso il film di Sabina Guzzanti. Non chiedetemi perché. Non lo so. Forse pensavo ad una sorta di spettacolarizzazione del nostro dramma. Non mi fidavo. Per questa ragione non l'ho mai avvicinata durante le riprese. L'ho evitata. Ieri, invece, all'anteprima, ho visto l'intelligenza di chi il nostro dolore lo ha capito e rispettato. E illustrato. Illustrato come io stessa avrei fatto. Con qualche sorriso, una risata sommessa. E tanta verità.Nuda e cruda. Quella verità che nessuno ha visto fuori da qui.Andate a vederlo, se volete capire davvero cosa ci è accaduto, subito dopo quei trentasette secondi. E per essere preparati ad affrontare una situazione simile. Può accadere a tutti. Credetemi. E non serve un terremoto. Basta un grande evento nella vostra città. O una qualsiasi emergenza dichiarata dalla presidenza del consiglio.

mercoledì 5 maggio 2010

Ecco i cittadini che fanno fare brutta figura all'Italia


Bertolaso, il nostro eroe, il nostro salvatore, il servitore dello Stato, si inalbera. Sabina Guzzanti farà fare una figuraccia all'Italia intera, il 13 maggio a Cannes con il film "Draquila. L'Italia che trema". Stasera in anteprima nel tendone del presidio permanente dei cittadini, in piazza Duomo. Ma la Guzzanti è una sfacciata, si sa. Proprio come Roberto Saviano. Il primo va cianciando di mafia e la seconda racconta gli accadimenti dell'immediato post terremoto aquilano.Entrambi tendono spudoratamente a mostrare un'Italia diversa da quella delle foto del Colosseo (ogni riferimento è puramente casuale), dei carretti siciliani, del mandolino, della massaia con gli spaghetti nella pentola ed i fiori al balcone. E del partito dell'amore. Il dottor Bertolaso proclama di aver fatto a L'Aquila un lavoro straordinario. Straordinario, sì, poiché fuori dalle regole che un Paese democratico dovrebbe avere. Ma il re sole si autoincensa. E usa l'agettivo per lodare il suo operato: agire indisturbato, usando i media per raccontare il falso a chi è lontano e per anestetizzare i terremotati, e i favori dati e promessi per ottenere consensi. E il braccio di ferro con dissenzienti e minoranze. Il paradigma dell'Italia di oggi. Anche i nostri consiglieri comunali rimbrottavano i cittadini che la notte del 6 aprile, ad un anno dal disastro, protestavano davanti alla farsa che si consumava sulle loro teste, stanchi dei vacui proclami a favore delle telecamere. "Ci fate fare brutta figura davanti all'Italia intera", le loro parole. E già, poiché oggi raccontare la verità, e legittimamente protestare, equivale a mostrare il nostro lato peggiore.
Intanto i cittadini responsabili, son certa che Bertolaso ritenga che anche loro facciano fare brutta figura all'Italia, si interrogano sul futuro delle "Carriole" e dell'assemblea del presidio permanente. Siamo in tanti ora, ma il lavoro da portare avanti è ciclopico. E siamo tutti volontari. E stanchi. E con mille problemi personali cui pensare. E organizzarsi, senza mezzi, non è facile. Siamo, inoltre, dotati di quell'autocritica, a volte esasperata, che tanto difetta ai nostri politici. Chiediamo troppo a noi stessi. E abbiamo fretta di vedere i risultati. Penso che ciò che siamo riusciti a fare fino ad oggi sia tanto, considerate le nostre condizioni e possibilità. E non ho l'ansia di vedere aumentare i consensi. Non siamo un partito politico. E, men che meno, dobbiamo fare marketing commerciale, per cooptare chi ancora aspetta e sta a guardare. Dobbiamo portare avanti idee e progetti tesi al bene comune. E, soprattutto, pretendere dalle amministrazioni quella partecipazione che è un diritto sancito dalla legge dello Stato italiano. Partecipazione che sia controllo e programma.E proposte. Io non mi fermo. Anche se dovessi restare sola con la mia carriola. Che è un simbolo ed una realtà. E, come me, siamo in tanti.

venerdì 30 aprile 2010

Non ho più.....

Sto costruendo la mia nuova vita. E la vita, per me, inizia da una casa. Da quel maledetto 6 aprile dello scorso anno, ho vissuto in automobile, per venti giorni, quindi in una vecchissima roulotte, per un mese, poi in un minuscolo container, per sei mesi, poi ancora, per cinque mesi, in una casina di altri, scomoda, anonima, triste e costosissima, nella quale mi son sentita ospite ed estranea, tanto da rimpiangere il container. Da un mese sono in una nuova casa. Quella che, immagino, sarà il mio rifugio per molto tempo. E da qui sto tentando di ripartire. E' una casa grande e vecchiotta. Costruita in blocchi di cemento, sulla roccia.Una casa solida. Una casa di paese. Con un piccolo giardino, un grande orto, un terrazzo e tanto spazio all'interno. Un fitto quasi onesto e tanta libertà. L'ho riempita delle mie cose. Quelle che ho recuperato. Non ho più la mia libreria ed i miei libri. Non ho più tutti quegli oggetti che amavo e che collezionavo. Le donnine nude di gesso. I vasi antichi. Le mie anfore. Le lampade. I quadri. Il mio terrazzo pieno di fiori.Non ho più la mia cucina tecnologica. Niente più servizi di piatti, né bicchieri. Non ho più le mie foto e tutti i ricordi conservati in un baule. Non ho più la scrittura di mio padre. Né il mio camino, né l'impianto stereo. Non ho più le mie scarpe.Non ho più il mio grande bagno, con la grande vasca. Non ho più un impianto di riscaldamento a gas metano. Clic, accendi, e tutto va bene. Non ho più quella vestaglia rossa. Non ho più la vetrata dalla quale guardavo i tetti della mia città. E davanti alla quale trascorrevo i miei momenti di riposo. Non ho più quell'abete, davanti la finestra del mio studio, che prosperava in un giardino nascosto. E spuntava da un tetto. E, a primavera, si riempiva di uccelli.Non ho più il Gran Sasso, dalla finestra della camera da letto. Né la collina di Roio, sull'angolo del terrazzo. Non ho più la piazza del Duomo, sotto casa. E la vita di una città sonnacchiosa di provincia. Ma, nella nuova vita, vedo la torre antica del paesino. E la catena del monte Velino, ancora innevata. E la piana davanti a me. Il sole sorge come a L'Aquila, alla finestra della camera da letto, quando mi sveglio. Ed ho due cani, trovatelli dopo il terremoto. Cucciolotti sfrenati. Una vera gioia. Ho tanti nuovi amici. Tantissimi. Nuovi e ritrovati. Tutti impegnati nel comune sforzo di partecipazione alla nostra rinascita. Ieri ho avuto una riunione di condominio, il mio vecchio, piccolo condominio. Non ci amavamo molto. Eravamo quasi degli estranei. Ora si va d'accordo e si cerca di venirci incontro. Un piccolo miracolo. Siamo affettuosi l'uno con l'altro. Ed accondiscendenti. Da qui si riparte. Si riparte dalle persone.Non so per dove. Ma si riparte davvero. Nonostante il terremoto, nonostante gli invasori, nonostante le bugie, nonostante chi non c'è più.

lunedì 26 aprile 2010

Comando e Controllo


Ieri, 25 aprile, in serata, nel presidio permanente degli Aquilani, in piazza Duomo, abbiamo proiettato il film documentario di Alberto Puliafito, il bravissimo giornalista torinese che ha trascorso con noi i mesi dell'emergenza. E del comando e controllo. Quei mesi che ci hanno visti schiacciati e sopraffatti ed oscurati dal metodo della protezione Civile. E merce da propaganda di stato.Quei mesi che hanno visto gli Aquilani anestetizzati dall'assistenzialismo che offusca la mente. Esasperato ad arte. Coloro che si ribellavano al metodo venivano annientati. Resi invisibili. Il tendone era colmo di persone. Tantissimi visi nuovi. E tanto dolore, nel ricordare, in alcuni casi, nel CAPIRE, ciò che abbiamo subito. E che rischiamo di tornare a subire. Mi son rivista in un'intervista del mese di agosto. Seduta sul letto del container nel quale vivevo. L'avevo dimenticata. Ho tremato e pianto sommessamente, nel ricordare.Vi riporto quello che Alberto ha scritto per noi. E' lungo, ma merita davvero di essere letto. E vi invito ad andare a vedere il film, se arriverà nelle vostre città. La proiezione è sempre gratuita.
p.s. Comando e controllo altro non è che il nome che la stessa protezione civile dà al suo quartier generale , celandolo dietro l'acronimo DICOMAC. Direzione comando e controllo.

"Dedichi quasi un anno della tua vita a una storia. Alla storia dell'Aquila. Ti fai raccontare, analizzi, discuti con colleghi e amici, cerchi di ampliare il raggio del tuo racconto e di mettere insieme i fatti per costruire una tesi. Così, nasce "Comando e Controllo". Un documentario duro. Politico. Senza speranza. Alcuni giornali e riviste recensiscono. Lo porti a New York, assolutamente per caso. Lo proietti a Torino, la tua città natale: ti aspetti una settantina di persone e ne arrivano 150. Entrambe le proiezioni vanno bene, e cominci a pensare che forse c'è del buono.Poi succede che arrivi all'Aquila, dove è nato tutto. E non conta più niente.Non conta più niente perché ti emozioni come un bambino, perché è qui che l'hai girato, il tuo film. E perché è qui che "Comando e Controllo" deve tornare. E perché deve tornarci il 25 aprile: il Comando e il Controllo vanno raccontati e smascherati il giorno della Festa della Liberazione, per una catarsi di contenuti e parole, di significati e significanti.Non conta più niente perché il pubblico dell'Aquila è l'unico che possa giudicare il lavoro: è composto da persone che il Comando e il Controllo li hanno subìti, che magari li hanno combattuti come potevano; persone che hanno vissuto il terremoto e la gestione emergenziale. Prima che inizi la proiezione, nel Presidio Permanente di Piazza Duomo, sei nervoso, ti guardi attorno, vedi che ci sono tanti amici, tanti volti noti e tante persone a cui sei legato, probabilmente per la vita. E vedi che ci sono sconosciuti che attendono. Probabilmente, attendono di vedere come è stata raccontata la loro storia.Decidi che non vuoi parlare prima della proiezione. Il tendone si riempie, e la tua tensione sale. Anzi, non è tensione: è emozione, o forse paura. Perché non vorresti mai aver sbagliato anche tu, come hanno sbagliato tanti, a raccontare questa storia. Per fortuna c'è una persona accanto a te che il tuo lavoro l'ha già visto e che, miracolosamente, trova il modo giusto per rassicurarti. In silenzio: era l'unico modo possibile. In silenzio, come diventa silenzioso il tendone quando parte la proiezione. Poi, una prima risata quando c'è da ridere amaramente. Un'imprecazione di indignazione. Un'altra. Una risata di gusto. Un applauso durante la proiezione. Un altro applauso e un'altra risata amara, poi una di cuore, poi qualche altro cenno di rabbia. La tensione ti si scioglie e esci dal tendone, e ascolti le altre reazioni, che non ti immaginavi così forti. Te le godi tutte. Fino all'applauso finale.Che non sai proprio come accogliere, tant'è lungo e bello: non riesci a goderti il momento come se fosse una celebrazione, no. Ti siedi dietro al tavolo per il dibattito, mentre l'applauso continua, e devono farti alzare a forza, per goderti quell'applauso che in realtà è un abbraccio: una signora viene a stringerti la mano e ti dice grazie, e tu resti lì, incapace di parlare. E non ti viene da fare nient'altro che non sia applaudire a tua volta e ringraziare gli unici veri artefici del tuo lavoro. Gli unici veri protagonisti di questa storia. Gli Aquilani.E quell'applauso lo vorresti condividere con tutti coloro che hanno collaborato al lavoro e lo hanno reso possibile. Per la prima volta, da quando racconti questa storia, sei senza parole: era tanto tempo che non ti emozionavi così; per la prima volta hai la sensazione di aver davvero raccontato la storia che volevi raccontare e ti senti finalmente legittimato a portarla in giro per questo Paesello malato e stanco, che questa storia, la storia dell'Aquila e di "Comando e Controllo", deve conoscerla perché si possa fermare un processo di imposizioni autoritarie, di potere assoluto, di concezione della "cosa pubblica" come se si trattasse di un'azienda da cui trarre profitto, di emergenze e capitalismo dei disastri, di neoliberismo e erosione degli spazi democratici.Pensi a tutto questo, e hai una gran voglia di dire grazie a tutti coloro che erano presenti, che ti hanno regalato una nottata speciale: l'adrenalinadi cui ti hanno riempito ha reso più facile una notte al volante, per ritornare dall'Aquila a Torino e ricominciare a lavorare per portare ovunque questa storia."

giovedì 22 aprile 2010

Doma'

Ricordo la mia città senza Aquilani, un anno fa. Piena di divise. Piena di divieti.Piena di persone che ti dicevano cosa fare. Gente che pretendeva di pensare al tuo posto.Io, scheggia impazzita, vagavo in cerca di quello che non c'era più. Cercavo tracce della mia prima vita. Cercavo di non impazzire. Guardavo le mie montagne. Le uniche ad essere rimaste sempre uguali. Ricordo che, se cercavo qualcosa da mangiare nei pochi supermercati aperti, o chiedevo acqua in un chiosco di fortuna, o mi avvicinavo ad un campo tenda, c'era sempre lo stesso ritornello. Quello di una canzone che ho imparato presto a detestare: "Domani". Credo conosciate il brano dei cinquanta artisti italiani uniti per noi. Aldilà del nobile gesto, la canzone è orribile. Banale e superficiale. "Con un po' di fortuna si può dimenticare" recita. Quelle parole mi infastidivano. Ma cosa vuoi dimenticare? Noi non vogliamo dimenticare. "Lo so che si passa il confine, e di nuovo la vita sembra fatta per te, e comincia domani". Domani?Quando non sai neanche cosa sarà di te fra un minuto. E non lo sai neanche oggi. Dopo un anno. "Domani è già qui", cantavano in gruppo,quando qui ben sapevamo che quel domani sarebbe arrivato fra anni ed anni. Qualche tempo fa, quando le carriole avevano già iniziato il loro percorso, in Piazza Duomo si allestiva la farsa della chiesa delle Anime Sante riaperta al pubblico. Una quinta celava il transetto e la cupola distrutti e, all'esterno, un megaschermo proiettava immagini ottimistiche. Si aspettava Bertolaso, che non arrivò, temendo contestazioni. Restai lì la mattina intera e gran parte del pomeriggio. A volume altissimo, degli altoparlanti trasmettevano la canzone in questione. A ripetizione. Per ore ed ore. Chiesi ad un vigile del fuoco di risparmiarci quella tortura. "Ordini della protezione civile", mi rispose. Quando venni via, ero inebetita. Le stesse note, trasmesse per tutto il giorno, mi avevano distrutta. Inutile dire che il fastidio si trasformò in avversione viscerale. Ieri mi sono riconciliata con quella musica. Chi ha compiuto il miracolo? Un nutrito gruppo di artisti aquilani , tutti insieme ad esorcizzare la banalità del testo, con una testimonianza che mi ha commossa. Occorre star dentro agli accadimenti, per capirne la portata. Occorre viverli, per poter parlare ai cuori. E bisogna rispettare i tempi del dolore.Nella canzone, che vi propongo con i sottotitoli, c'è tutta la nostra storia sino ad oggi. Storia di stranieri nella propria città. Di scosse che continuano da mesi e mesi.Storie di accampati, di pendolari, di cani sciolti. Storie di case distrutte, di case nuove che non bastano e di strade che non riconosci. Storie di nuovi agglomerati senza anima. E di mille rotatorie.Storia di una città che non è più la tua. E dei suoi abitanti che, nonostante la "sòla", lottano. Soli.

domenica 18 aprile 2010

I libri e le carriole


L'esperimento di democrazia partecipativa che vede L'Aquila trasformata in un laboratorio di idee, progetti ed iniziative e i cittadini impegnati in prima persona a promuoverli e renderli fattivi implica un immane sforzo di auto-organizzazione. I cittadini attivi sono spessissimo impegnati in più fronti. Le riunioni si susseguono incessanti. In una città-non città che rende tutto ancor più difficile. Le tematiche da affrontare sono tantissime.Nuove forze si sono aggiunte a quelle che lavorano sul territorio dalla prim'ora. E questa è una ricchezza e una fonte di stimolo e soddisfazione per chi ha sempre creduto nel progetto. Nonostante le difficoltà, le delusioni, le sconfitte, gli oscuramenti. Eravamo in pochi, all'inizio, ora siamo in tanti. L'assemblea cittadina di stamani è stata produttiva ed efficace. I cittadini attivi hanno riportato i progressi ottenuti nei vari tavoli di lavoro. Altre proposte sono state portate all'attenzione dell'assemblea. Con ottimi risultati di adesione. C'è entusiasmo e desiderio di partecipazione. Alle ore 10, sotto un cielo piovigginoso, sono arrivati i libri donati all'università, sulle carriole, ed è stata allestita una piccola biblioteca ad accesso libero nel tendone del presidio permanente di piazza Duomo. Poi si è partiti per una passeggiata ricognitiva per le strade del centro storico ancora interdetto agli Aquilani. E' stato doloroso constatare ancora una volta come la nostra città stia letteralmente morendo. Il quartiere di San Pietro e quello di Santa Maria Paganica sono i più devastati. E lì abbiamo passeggiato. Mestamente. Alcuni attoniti, altri con le lacrime agli occhi. Molti consapevoli e seriamente preoccupati. La netta sensazione è quella di essere in mano ad amministrazioni assolutamente impreparate a fronteggiare un tale disastro. Il pericolo è che la protezione civile torni ad operare sul territorio con la politica del fare. Fare profitto, calpestando i diritti ed i bisogni della popolazione e del territorio. Trattando la ricostruzione come un affare da risolvere con appalti e clientelismo. E la popolazione, intimorita dalla macchina da guerra degli uomini del fare, torni ad appiattirsi, rimettendosi alle decisioni prese dall'alto. Ma lo zoccolo duro si è formato. Ed io so che resisterà. Siamo motivatissimi. Non vi nascondo di essere molto stanca. Da più di un anno vivo in condizioni estreme e sempre in prima linea nel monitorare gli accadimenti aquilani, e nel cercare, nel mio piccolo, di determinarli. Le difficoltà del lavoro che non riparte, le preoccupazioni per il futuro personale, la stanchezza fisica mi obbligano a prendere una pausa. Continuo ad esserci, ma con un occhio alla mia salute. Tornerò presto attiva come prima.

lunedì 12 aprile 2010

Quello che è importante



Son rimasta in silenzio in questi giorni. Il silenzio che il dolore mi imponeva. Ma ho continuato a lavorare, insieme con i cittadini coscienti ed attivi, per la mia città. Sono accadute tante cose. Molte, a mio avviso, prive di importanza. Altre, invece, degne di nota e foriere di soddisfazioni. Il consiglio comunale che si è svolto la sera del 5, prima della fiaccolata della memoria, è stato un'indegna farsa. Un insulto ai cittadini dolenti, ai parenti delle vittime, alla verità. Sindaco, consiglieri e ospiti, del calibro di Alemanno, Polverini, Bindi, hanno sfilato nella vetrina mediatica offerta dalla ricorrenza. Nessun ordine del giorno da offrire alla popolazione in Piazza Duomo. Gli ordini del giorno vengono stilati quando il consiglio si riunisce nei laboratori del Gran Sasso. In montagna, lontano dalla città e dalla gente, nel tentativo di scongiurare la partecipazione. E nessuna commemorazione. Solo autoncensamenti per l'operato svolto. E bugie. La popolazione ha vibratamente protestato, soprattutto durante la lettura del messaggio del presidente Berlusconi. Il Consiglio ha risposto con pesanti rimbrotti e minacce di ritorsioni. Cose da far accapponare la pelle. I nostri rappresentanti che minacciano i propri elettori. Stendiamo un velo pietoso e releghiamo la circostanza fra quelle non degne di nota. Degna di nota, al contrario, l'assenza del dottor Bertolaso che, percependo il dissenso, ha preferito glissare alla volta di vetrine migliori. Grande assente anche il presidente del Consiglio: L'Aquila non è più un set attraverso il quale mostrare il falso all'Italia intera. E queste son soddisfazioni. Il viscido aquilano Vespa, untuoso e prono con i potenti, arrogante e prepotente con i dissenzienti, ha preparato in differita il teatrino per l'occasione. E' stato bravo a togliere la parola agli Aquilani attivi ed a ridicolizzare le amministrazioni deboli ed insipienti. Bravissimo ad offrire a Bertolaso l'occasione per ripulirsi le mani e la faccia. Dopo gli scandali che lo vedono coinvolto. Ha tentato anche di dividere la popolazione: quelli con il popolo delle carriole e quelli che si dissociano. Con scarso esito. Alcuni cittadini dissenzienti, dopo aver fondato su facebook un gruppo chiuso, nel quale si entra dopo vaglio dell'amministratore, gli hanno inviato una lettera di scuse e ringraziamenti. Si dicono riconoscenti all'operato della protezione civile e delle istituzioni tutte. Idee rispettabilissime. La nota interessante, però, è che i firmatari si definiscono "coloro che si dissociano". Senza nome, senza faccia. Senza il coraggio di affermare le proprie idee in maniera riscontrabile. Anonimi. Come gli anonimi che popolano questo blog da sempre e che mai sono stati costruttivi per il dibattito. Archiviati gli argomenti privi di importanza, ma che vanno riportati per onor di cronaca, passiamo ai fatti. Ieri, domenica, ci siamo incontrati di nuovo per spalare. Il tempo impietoso, il freddo e la pioggia, ci hanno consentito di lavorare per un paio d'ore. Piazza IX Martiri è stata ripulita dalle macerie. Abbiamo iniziato con l'attigua piazzetta del Sole. Il 25 aprile i cittadini attivi restituiranno la piazza simbolo della resistenza alla cittadinanza e celebreranno la giornata con un programma in via di definizione. Alle 12 si è svolta l'assemblea cittadina nel presidio permanente di piazza Duomo. Partecipatissima e costruttiva. E poi i tavoli dell'open space che stanno producendo documenti di partecipazione. E programmi. E che implicano tanto lavoro e il tempo di tutti noi rubato ai gravosi impegni che la nostra condizione ci impone. Presto si vedranno i risultati. Per chi voglia avere un'idea, invito a visitare questo sito, in via di perfezionamento, ma già in grado di aprire una finestra sul lavoro che stiamo svolgendo http://www.anno1.org/home
E la stampa internazionale è interessatissima al nostro progetto poiché lo considerano valido ed esportabile . L'Aquila è diventata un laboratorio di democrazia e di partecipazione dal basso. E questo grazie ai cittadini che volontariamente ed indefessamente lavorano da mesi per la sua rinascita. E i risultati fin qui prodotti sono soddisfazioni. Il resto, per me, non è degno di nota.

Il trailer del cortometraggio del nostro Luca Cococcetta esprime la rabbia e la disperazione di chi si sente ingiustamente colpito dalla prepotenza di chi tenta di strumentalizzare la nostra condizione.

mercoledì 7 aprile 2010

Un anno fa

Un anno fa, oggi. Sto provando a ricordare, ma ho il vuoto. Sento solo un buco doloroso allo stomaco. Posso solo constatare quanto sia vero che io, da quel giorno, sono un'altra. Quella di prima è seppellita per sempre. E non vuole più uscire, se non nei ricordi più lontani. Quelli della memoria che deve restare. E oggi, e da oggi, voglio sempre più impormi la volontà di guardare solo avanti. Giorno dopo giorno. Per quello che ogni giorno può portarmi. Quelli appena trascorsi sono stati pesanti e mi hanno fatto male. La sensazione è stata come di una nuova malattia su un corpo che ancora soffre di quella vecchia. Su un corpo che si risolleva unicamente con la forza della volontà, ché le medicine sono inefficaci. E quando stai così male non riesci a vedere neanche il buono. Il bello di tante persone, tutte insieme, unite a ricordare. No, vedi solo gli sciacalli nostrani e forestieri. Gli sciacalli che si avventano su un dolore che andrebbe rispettato. Su una rabbia che andrebbe compresa. Perchè noi, con tutto il nostro bagaglio di sofferenza e ricordi, il 5 ed il 6 aprile avremmo dovuto esser lasciati soli. Per poi essere presi di nuovo oggi. Con la nostra vita da ricostruire. E aiutati a ricominciare. Invece solo retorica spicciola e bugie. E fotografi che passavano sopra al tuo dolore come treni in corsa. Avrei dovuto restare chiusa in casa. Non l'ho fatto. Ho sbagliato. Ma quei 308 rintocchi della campana, uno dopo l'altro, sono durati venti minuti e mi hanno convinta che era giusto che fossi lì. Nel buio. E ognuno di loro era un corpo. Che non c'è più. Un'anima andata altrove. Ho pianto, al freddo. Nascondendo il volto nella sciarpa, appoggiata ad un lampione della piazza di tutta la mia vita.
Piango ora. Perdonatemi.

venerdì 2 aprile 2010

Pasqua di rinascita

Le carriole, il cuore di tanti Aquilani messo a servizio della propria città, suscitano paura, polemiche, attacchi, strumentalizzazioni. Nelle stanze del potere si vede di mal'occhio la raccolta di tanti cittadini sotto un unico obiettivo. I cittadini pensanti, critici, attivi, nell'Italia di oggi, devono essere eliminati. Relegati in un angolo, ridotti al silenzio a subire le decisioni prese da altri. E' questo il volere del Prefetto Gabrielli. E' questo il volere della Curia. Gli attacchi sono stati spietati. Gabrielli, ex capo del Sisde, amico fraterno di Guido Bertolaso,dopo aver sentenziato che le carriole aquilane sono un chiaro strumento elettorale, ed aver denunciato i cittadini, non pago, ha inferto l'affondo "questa si chiama prepotenza delle minoranze". E qui si scopre l'individuo. Sorvolando sul fatto che non siamo minoranze, bensì rappresentanze,come vogliamo definire chi scorge nelle minoranze un pericolo e non una ricchezza? E ne annulla i diritti? Come vogliamo chiamare chi tende a ridurle dispoticamente al silenzio? A voi la risposta.
Altro uomo di potere che non ci ha lesinato stigmatizzazioni è l'arcivescovo Molinari, colui che è stato commissariato dallo stesso papa, tramite l'invio di un vescovo ausiliare.
'' Sembra che ci sia qualcuno molto interessato alle 'carriolate' perché vuole creare dal punto di vista politico un gruppo che abbia autorità nella ricostruzione della città''. E ancora:" qualcuno è molto interessato a queste manifestazioni per poter entrare poi nella cabina di regia delle attività di rimozione delle macerie e di ricostruzione" Pure illazioni quelle dell'uomo di chiesa, che lanciano ombre, ma non fanno nomi. Se gli Aquilani volessero fare illazioni sull'operato del vescovo e della curia tutta, prima del terremoto, avrebbero milioni di parole da versare. Se ne sono viste delle belle, con i numerosi pretini giovani arrivati in città dopo l'insediamento del vescovo. Eleganti e azzimati come maniquenne e affettati come cicisbei. Si sono notati i loro comportamenti poco ortodossi. Nelle strade e nelle canoniche. Illazioni, supposizioni senza nessuna base concreta, per cui i cittadini hanno taciuto. Non hanno rilasciato interviste nelle quali esplicitavano i loro sospetti. Il vescovo, invece, parla a favore dei giornalisti. E accusa. Senza addurre fatti probanti. Fatti, invece, e non parole, sono quelli che vedono la Curia imporre prepotentemente le mani sul bottino del post terremoto, ottenendo che si costruiscano strutture pubbliche, con danaro pubblico,quali la nuova casa dello studente, su terreni privati, della curia, che ne assume la gestione ed il possesso. Oppure costruendo strutture private, chiesa, conventino per sei fraticelli, accoglienza e mensa su terreni pubblici, quale Piazza D'Armi. Disgustoso l'atteggiamento che vede chi dovrebbe auspicare e favorire la fratellanza fra le genti applicare il divide et impera che qui, ormai, è di casa. Applicato in primis dal metodo protezione civile, quindi dalle istituzioni, ed ora anche dal clero. Nessuna parola per le infiltrazioni mafiose negli appalti, nè su chi rideva alle 3e32 di quella notte. Nessun cenno a chi specula sulla nostra tragedia. Lì si tace. Come sui preti pedofili.

Mi cheto. La Pasqua nella mia città mi piaceva tanto. Come rito di rinascita. Ed amavo, da atea, il funerale di Cristo uomo che si svolgeva per le via del centro storico. La processione del venerdì santo mi vedeva sempre presente. Quest'anno non ci sarò. Sono nauseata. La mattina di Pasqua ci riuniremo per la tradizionale colazione aquilana nel presidio permanente di piazza Duomo. Per abbracciarci ancora. Per continuare a sperare. Poi il selenzio per la commemorazione della nostra tragedia. Solo la fiaccolata, dalla mezzanotte del 5 alle 3e32 del 6 aprile. Lasciamo agli altri i teatrini e le ostentazioni. Noi esigiamo silenzio e rispetto.
Buona Pasqua di rinascita a tutti voi.
Un abbraccio.