sabato 29 maggio 2010

Quei venticinque chilometri

A volte mi dico che son diventata insensibile. E' dal 7 aprile che, in spregio ad ogni divieto, io guardo le mie macerie. E la distruzione della mia città. Le ho accostate pian piano, le ho abbracciate, accarezzate, me ne sono cibata. Le ho metabolizzate. Ora le guardo con l'occhio di chi è abituato a vedere il congiunto gravemente ammalato e si ostina a cercare strade per nuove cure. Non si sofferma sull'eccessiva magrezza, sullo sguardo spento, sulle membra che si abbandonano. Guarda avanti. E spera. Ma, quando accompagno le persone che arrivano qui per la prima volta, e le costringo, alcune riottose, ad infrangere le transenne dei divieti, e ad inoltrarci nei vicoli del centro che conosco come le mie tasche,vedo in loro uno sgomento che mi spaventa. Vedo in loro quella che dovrebbe essere la mia reazione. Improvvisamente smettono di parlare ed i loro occhi si velano. Vedere tanta bellezza devastata dal sisma, e poi dall'incuria dell'abbandono, è esperienza dura per gli animi sensibili. E allora leggo nei loro occhi la domanda non detta "come puoi non piangere?" Non piango perché le lacrime non vogliono uscire. Non sono io che le butto dentro. Semplicemente non escono. Ma il dolore è lancinante. Allora ho indossato la corazza. Per sopravvivere. Ha pianto il nuovo Prefetto, proprio quella signora Iurato, della quale vi ho parlato. Persino Francesco Totti è stato profondamente colpito dallo stato del centro storico. Lo ha detto ai giornalisti, mentre le autorità lo conducevano, insieme con i suoi compagni di squadra, in quel tour fra le macerie che a noi Aquilani è assolutamente inibito "E' impressionante. Non mi aspettavo fosse questa la situazione. In televisione si è visto solo un centesimo di quello che è in realtà".E lo ha detto con le mani giunte sul viso,come a pregare.
Poi Bertolaso lo ha immediatamente condotto a vedere l'acronimo c.a.s.e. Ma di quella visita non si hanno commenti.
Il tendone del presidio dell'assemblea dei cittadini di piazza Duomo è a cinquanta metri da casa mia. Se pongo, all'interno, la sedia in una certa angolazione, mentre lavoro ai tavoli, o partecipo all'assemblea, vedo la facciata. Devo, per forza di cose, armarmi di corazza. Soprattutto quando vedo le transenne che impediscono a me ed a tutti gli Aquilani di avvicinarci alle nostre pietre.E le camionette dei militari. Attente a che non ci si avvicini alla nostra vita. E poi, quando al tendone le attività son terminate, tornare all'automobile. E dirigermi verso la mia casa di ora. Quella che dista venticinque chilometri dalla mia vita di prima.

venerdì 21 maggio 2010

Il nuovo prefetto

Posto vacante, dunque, quello del Prefetto dell'Aquila. L'ex poliziotto Gabrielli è andato a raggiungere la nomina di vice capo della protezione civile. Vice di Bertolaso. Gli occorrerà qualche mese per imparare bene dal maestro cosa fare. Come agire, come comportarsi. Egli è allievo diligente, ne sono certa. Lo ha ampiemente dimostrato sul territorio aquilano. E per questo è stato premiato.Sta arrivando al suo posto una signora: Maria Rita Iurato. Maroni si è impuntato: la voglio. Nonostante lo stop che le era stato inflitto dal consiglio dei ministri. La signora, infatti, risulta presente nella famosa lista Anemone. All'appunto numero 13 dell'anno 2005. Solo il suo nome e cognome. Null'altro. Un'ombra davvero poco consistente per stigmatizzarla, prima dei dovuti accertamenti degli inquirenti. Pesante, davvero pesante, se vela un ruolo tanto delicato come quello di vigilanza sugli appalti della nostra ricostruzione. Se mai ci sarà. La signora si è occupata sino a ieri di logistica e caserme. Si occuperà dei cittadini soldato. Quelli che non si pongono domande. E obbediscono agli ordini. E ringraziano anche. Quelli con i quali le istituzioni auspicano di avere a che fare . Qui di partecipazione non ne vogliono sentir parlare. Rimandano. Ci sono cose più importanti. Intanto, le ditte che hanno iniziato lentamente a puntellare la nostra città ferita abbandonano il campo. Ci sono 33 milioni di fatture insolute, sui 62 previsti. Hanno fatto di tutto per accaparrarsi l'affidamento dei lavori. Affidamento diretto, senza gara d'appalto. A discrezione del sindaco. Ora fanno marcia indietro. E si pentono.
E ogni giorno ne arriva una nuova. A mettere a dura prova i nervi già logori di noi terremotati.
Ricordo le richieste, che mi giungevano anche su questo blog, subito dopo quella notte. Mi si chiedeva un recapito sicuro per i soldi delle donazioni. Io prendevo tempo. Dicevo di aspettare. Dicevo che sarebbe stato meglio individuare delle persone realmente bisognose, piuttosto che inviare sms o danaro alle istituzioni. Molti mi hanno anche scritto piccati. Mi accusavano di non interessarmi alla cosa. Io non ho voluto assumermi la responsabilità di fare nomi. Ebbene, oggi si scopre che la Regione Abruzzo ha deciso di erogare al comune di Chieti ,territorio non interessato dal terremoto, parte dei soldi che gli Italiani hanno inviato quale aiuto per l'emergenza. Per attività musicali, cinematografiche, sportive e, più genericamente, culturali. Quasi 11 milioni che provengono dalle vostre donazioni. Un regalo per il neo eletto sindaco berlusconiano. E per i suoi elettori, ovvio. Il presidente della regione Chiodi si è limitato a dire che le accuse sono una "castroneria". Ma non ha dato spiegazioni di sorta. Qui le spiegazioni sono superflue. Bertolaso ha aperto la strada. Lor signori si adeguano.

mercoledì 19 maggio 2010

Non è possibile

Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa ,che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un'appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema. " Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo."

martedì 18 maggio 2010

L'ex ospedale di Collemaggio 2

Ecco il video di quanto vi ho raccontato nel post precedente

domenica 16 maggio 2010

L' ex ospedale di Collemaggio

Una bella giornata quella di ieri. Nonostante la pioggia ed il freddo. Quando la polizia e la celere sono arrivate, e noi avevamo già ripulito una grande stanza, persino spazzato e gettato acqua per ripararci dalla polvere, i ragazzi sono entrati con i tamburi ed abbiamo iniziato a ballare. E il rumore era tanto. A dire che la forza di volontà deve avere ragione sull'immobilismo. E sul profitto. E sull'arroganza. A dire che quegli spazi devono essere nostri. Nostri, ché non ne abbiamo più. E sorridevamo, nonostante tutto. Nonostante le intimidazioni.
Era un laboratorio di falegnameria, anni fa. All'interno dell'area dell'ospedale neuropsichiatrico di Collemaggio. Stabile classificato agibile. Devastato non dal terremoto, ma dall'incuria di chi sperpera il danaro pubblico. Costose attrezzature per disabili, scatoloni di medicinali non scaduti, macchinari per fisioterapia.Tutti ammassati. E poi banconi da falegname. E tanta sporcizia. E vetri rotti. Un migliaio di metri quadri inutilizzati. E si potrebbe renderli fruibili con poca spesa. E allora partono le idee. La creatività. Uno spazio per gli artigiani. Un laboratorio per la ricostruzione. Una biblioteca d'arte.Una bottega scuola. E tante altre ancora. Tutto a cozzare con la tenace ottusità delle amministrazioni che pensano a cartolizzare. E a speculare. Intorno un giardino all'italiana, bello, anche se abbandonato. Con i cedri del Libano.E tantissimi edifici. 150.000 metriquadri, di cui 12.000 coperti.Una piccola città nella città. Un luogo della memoria. Un luogo che tutti gli Aquilani conoscono. Proprietà della Asl. Abbandonato a se stesso.
Si esce dalle mura, nei campi che non ci sono più, e le c.a.s.e, fiore all'occhiello del presidente palazzinaro, e danaro non controllato,nelle tasche degli imprenditori forestieri, ci mostrano una città che non volevamo. Che non riconosciamo. Che offende il nostro orizzonte e i nostri cuori. Da lontano le cupole e le facciate della città antica. Lasciata a marcire. La nostra città, quella vera.

sabato 15 maggio 2010

L'Aquila non è il Friuli















Leggo su http://www.6aprile2009.it/?p=12913
Chi scrive e’ un terremotato friulano, un abitante della «piccola patria» di Pasolini che ha visto cadere interi paesi e poi in vent’anni ha visto un territorio assistito, aiutato e ricostruito pietra su pietra. Giorni in cui non esisteva nemmeno la protezione civile. Giorni in cui, nel 1976, lo stato affidava ai sindaci dei comuni crollati il 6 maggio l’incarico di decidere «come» ricostruire il proprio paese. «Draquila» racconta questo: l’impossibilita’ di decidere cosa fare della propria casa e del vivere insieme, solidale, di una comunita’ che ha vissuto tanto, tanto dolore. Un mese fa a Udine ho sentito un ingegnere sessantenne esclamare : «il periodo piu’ bello della mia vita? Quello dopo il terremoto, vivevamo tutti insieme, ci aiutavamo gli uni con gli altri. Ci volevamo bene, ci eravamo perdonati tutto». A L’Aquila forse hanno rubato anche questo.
A L'Aquila hanno lavorato bene per dividere la popolazione. Per mettere gli uni contro gli altri. Creando le fazioni. Come allo stadio. Usando l'informazione bugiarda. Favorendo alcuni, a scapito di molti. L'aggravante è che il nostro sindaco, gli assessori, i consiglieri sono incapaci di gestire la nostra condizione. E assolutamente indifferenti al principio della partecipazione dei cittadini e della sussidiarietà.
A giugno torneremo a pagare le tasse, conferendo anche gli arretrati,in un territorio economicamente disastrato. La zona franca è un grande punto interrogativo. Ci domandiamo a chi gioverà.
Intanto le carriole domani tornano in piazza e l'assemblea vedrà ancora i cittadini responsabili impegnati nella proposta di partecipazione. E nel tentativo di riappropriarsi del parco e di una struttura dell'ex ospedale psichiatrico di Collemaggio. Per farne laboratorio di idee e proposte.

mercoledì 12 maggio 2010

Il degno successore

Uno stillicidio: è da ottobre dello scorso anno che annuncia la volontà di ritirarsi. "Basta, vado via, ho compiuto la mia opera di umile servitore dello stato. L'Africa mi aspetta" E lui, il suo capo, "ma no, non andare via, L'Aquila ed il Paese intero hanno ancora tanto bisogno di te". Quindi resta. Poi, a dicembre, sembrava fatta. Di nuovo un falso allarme,non va via. Poi arrivano quelli che ridevano, quella notte, e lui resta ancora. Impavido. Inizialmente ridimensionando superbia e tracontanza, poi tornando lo sprezzante dittatore di sempre. Ora di nuovo : "il mio vice è pronto a sostituirmi, vado via a settembre, forse a luglio, non trattenetemi". Il dottor Bertolaso chiude la ditta, va in pensione. Dopo l'ultimo miracolo compiuto a L'Aquila. Poco importa che sia indagato per corruzione dalla magistratura di Perugia, poco importa che sia saltato fuori un assegno di Anenome, intestato alla consorte, poco importano gli incarichi che ha conferito al cognato per il mancato G8 della Maddalena.Poco importa Monica del Salaria Village. Viene ancora spacciato come il nostro salvatore. Colui che ha scongiurato per noi il pericolo dei container a vita. Come nei passati terremoti, quando lui non c'era. E gli Italiani imbecilli si cibano di una stoltezza tanto grande che relega noi fra gli irriconoscenti senza vergogna. Quindi il re sole va via. Per sua scelta o perché obbligato dalla magistratura, questo staremo a vederlo. Il vice, dunque. E' già bello e pronto. Da dove arriva? Dall'Aquila, ovvio. E già, è proprio il nostro prefetto Franco Gabrielli, nominato all'uopo all'indomani del terremoto. Un poliziotto che ha fatto una brillante carriera. Brillantissima e super veloce negli ultimi mesi. E' stato promosso per i meriti conquistati sul campo. Ex capo del Sisde, a L'Aquila ha mostrato il volto buono ed il fare comprensivo con chi ha chinato il capo, il braccio di ferro con chi ha cercato di autorganizzarsi. Figlio di operai, vive ancora il complesso di inferiorità nei confronti di coloro che reputa borghesi: "quel maglione arancione che indossavo a scuola, quando papà fu licenziato dalla ditta per cui lavorava, strideva con gli abiti dei fighetti di quel liceo", ama ricordare. E qui a L'Aquila ha apostrofato noi cittadini responsabili "quattro cialtroni", ed è andato avanti a suon di denunce. Ha battibeccato sui media con il giovane Lolli, ragazzo impegnato dalla prim'ora nell'attività dei comitati cittadini, apostrofandolo, appunto, "fighetto con le spalle coperte". Ha, infatti, la grande colpa di non essere figlio di operai. Stessa colpa che ho io. E tanti altri ancora. Diffido da sempre di chi, emancipatosi da uno stato che egli stesso ritiene di subordinazione, detiene il potere. Non ho mai concordato con la tesi pasoliniana del poliziotto proletario. Se metti in mano una pistola a chi cova desideri di rivalsa, lo rendi pericolosissimo. Ebbene, Franco Gabrielli sarà il nuovo capo della Protezione Civile nazionale. Ripeto: ha lavorato bene al miracolo aquilano, quello che ha fatto cose straordinarie. Merita di essere il degno successore di Bertolaso.

giovedì 6 maggio 2010

L'emergenza



Ci si abitua a tutto. Anche a non avere più nulla. Anche a vivere in una città fantasma. Dove ogni cosa,la minima, è difficoltosissima. Ci si abitua a non avere più alcun punto di riferimento. Ci si abitua all'idea di dover ricominciare, da capo, una vita nuova. Ci si abitua alle macerie. E alle case distrutte. E ad un nuovo orizzonte. Ci si abitua persino a vedere la rassegnazione passiva di coloro che hanno subito il tuo stesso dramma. E tacciono. Pensando che ciò sia meglio. O maggiormente conveniente. Ci si abitua a chi, pur nella disperazione, continua a non farsi domande. E ad accettare quello che gli viene calato dall'altro. Ci si abitua a cercare, ad ogni costo, di comprendere e giustificare le loro motivazioni. Poi, alcune cose si tenta di dimenticarle. Si tenta di non pensarci, per non impazzire di rabbia. Si tenta di guardare avanti. Ma un film ti riporta indietro di pochi mesi. Ti riporta indietro a quando qui la democrazia e i diritti fondamentali dell'essere umano sono stati calpestati. Quando sei stato solo, di fronte ad una cosa tanto più grande di te. E non sei fuggito perché sentivi che un'ingiustizia tanto grande doveva essere combattuta. E raccontata.Non ce l'hai fatta a far finta di nulla. A delegare ad altri la rivendicazione dei tuoi diritti. O a calpestarli tu stesso, guardandoli da lontano. La cosa peggiore che questo terremoto mi ha inflitto, credetemi, non è stata la perdita delle cose e della vita di prima. La cosa peggiore è stata la violenza che abbiamo subito da parte del protettore invasore. Violenza della quale la nostra terra e le nostre anime porteranno le stimmate per sempre. E per riaprirle, e farle sanguinare, basta il film di chi qui c'è stato. A vedere cosa ci hanno fatto.
Ero prevenuta verso il film di Sabina Guzzanti. Non chiedetemi perché. Non lo so. Forse pensavo ad una sorta di spettacolarizzazione del nostro dramma. Non mi fidavo. Per questa ragione non l'ho mai avvicinata durante le riprese. L'ho evitata. Ieri, invece, all'anteprima, ho visto l'intelligenza di chi il nostro dolore lo ha capito e rispettato. E illustrato. Illustrato come io stessa avrei fatto. Con qualche sorriso, una risata sommessa. E tanta verità.Nuda e cruda. Quella verità che nessuno ha visto fuori da qui.Andate a vederlo, se volete capire davvero cosa ci è accaduto, subito dopo quei trentasette secondi. E per essere preparati ad affrontare una situazione simile. Può accadere a tutti. Credetemi. E non serve un terremoto. Basta un grande evento nella vostra città. O una qualsiasi emergenza dichiarata dalla presidenza del consiglio.

mercoledì 5 maggio 2010

Ecco i cittadini che fanno fare brutta figura all'Italia


Bertolaso, il nostro eroe, il nostro salvatore, il servitore dello Stato, si inalbera. Sabina Guzzanti farà fare una figuraccia all'Italia intera, il 13 maggio a Cannes con il film "Draquila. L'Italia che trema". Stasera in anteprima nel tendone del presidio permanente dei cittadini, in piazza Duomo. Ma la Guzzanti è una sfacciata, si sa. Proprio come Roberto Saviano. Il primo va cianciando di mafia e la seconda racconta gli accadimenti dell'immediato post terremoto aquilano.Entrambi tendono spudoratamente a mostrare un'Italia diversa da quella delle foto del Colosseo (ogni riferimento è puramente casuale), dei carretti siciliani, del mandolino, della massaia con gli spaghetti nella pentola ed i fiori al balcone. E del partito dell'amore. Il dottor Bertolaso proclama di aver fatto a L'Aquila un lavoro straordinario. Straordinario, sì, poiché fuori dalle regole che un Paese democratico dovrebbe avere. Ma il re sole si autoincensa. E usa l'agettivo per lodare il suo operato: agire indisturbato, usando i media per raccontare il falso a chi è lontano e per anestetizzare i terremotati, e i favori dati e promessi per ottenere consensi. E il braccio di ferro con dissenzienti e minoranze. Il paradigma dell'Italia di oggi. Anche i nostri consiglieri comunali rimbrottavano i cittadini che la notte del 6 aprile, ad un anno dal disastro, protestavano davanti alla farsa che si consumava sulle loro teste, stanchi dei vacui proclami a favore delle telecamere. "Ci fate fare brutta figura davanti all'Italia intera", le loro parole. E già, poiché oggi raccontare la verità, e legittimamente protestare, equivale a mostrare il nostro lato peggiore.
Intanto i cittadini responsabili, son certa che Bertolaso ritenga che anche loro facciano fare brutta figura all'Italia, si interrogano sul futuro delle "Carriole" e dell'assemblea del presidio permanente. Siamo in tanti ora, ma il lavoro da portare avanti è ciclopico. E siamo tutti volontari. E stanchi. E con mille problemi personali cui pensare. E organizzarsi, senza mezzi, non è facile. Siamo, inoltre, dotati di quell'autocritica, a volte esasperata, che tanto difetta ai nostri politici. Chiediamo troppo a noi stessi. E abbiamo fretta di vedere i risultati. Penso che ciò che siamo riusciti a fare fino ad oggi sia tanto, considerate le nostre condizioni e possibilità. E non ho l'ansia di vedere aumentare i consensi. Non siamo un partito politico. E, men che meno, dobbiamo fare marketing commerciale, per cooptare chi ancora aspetta e sta a guardare. Dobbiamo portare avanti idee e progetti tesi al bene comune. E, soprattutto, pretendere dalle amministrazioni quella partecipazione che è un diritto sancito dalla legge dello Stato italiano. Partecipazione che sia controllo e programma.E proposte. Io non mi fermo. Anche se dovessi restare sola con la mia carriola. Che è un simbolo ed una realtà. E, come me, siamo in tanti.

venerdì 30 aprile 2010

Non ho più.....

Sto costruendo la mia nuova vita. E la vita, per me, inizia da una casa. Da quel maledetto 6 aprile dello scorso anno, ho vissuto in automobile, per venti giorni, quindi in una vecchissima roulotte, per un mese, poi in un minuscolo container, per sei mesi, poi ancora, per cinque mesi, in una casina di altri, scomoda, anonima, triste e costosissima, nella quale mi son sentita ospite ed estranea, tanto da rimpiangere il container. Da un mese sono in una nuova casa. Quella che, immagino, sarà il mio rifugio per molto tempo. E da qui sto tentando di ripartire. E' una casa grande e vecchiotta. Costruita in blocchi di cemento, sulla roccia.Una casa solida. Una casa di paese. Con un piccolo giardino, un grande orto, un terrazzo e tanto spazio all'interno. Un fitto quasi onesto e tanta libertà. L'ho riempita delle mie cose. Quelle che ho recuperato. Non ho più la mia libreria ed i miei libri. Non ho più tutti quegli oggetti che amavo e che collezionavo. Le donnine nude di gesso. I vasi antichi. Le mie anfore. Le lampade. I quadri. Il mio terrazzo pieno di fiori.Non ho più la mia cucina tecnologica. Niente più servizi di piatti, né bicchieri. Non ho più le mie foto e tutti i ricordi conservati in un baule. Non ho più la scrittura di mio padre. Né il mio camino, né l'impianto stereo. Non ho più le mie scarpe.Non ho più il mio grande bagno, con la grande vasca. Non ho più un impianto di riscaldamento a gas metano. Clic, accendi, e tutto va bene. Non ho più quella vestaglia rossa. Non ho più la vetrata dalla quale guardavo i tetti della mia città. E davanti alla quale trascorrevo i miei momenti di riposo. Non ho più quell'abete, davanti la finestra del mio studio, che prosperava in un giardino nascosto. E spuntava da un tetto. E, a primavera, si riempiva di uccelli.Non ho più il Gran Sasso, dalla finestra della camera da letto. Né la collina di Roio, sull'angolo del terrazzo. Non ho più la piazza del Duomo, sotto casa. E la vita di una città sonnacchiosa di provincia. Ma, nella nuova vita, vedo la torre antica del paesino. E la catena del monte Velino, ancora innevata. E la piana davanti a me. Il sole sorge come a L'Aquila, alla finestra della camera da letto, quando mi sveglio. Ed ho due cani, trovatelli dopo il terremoto. Cucciolotti sfrenati. Una vera gioia. Ho tanti nuovi amici. Tantissimi. Nuovi e ritrovati. Tutti impegnati nel comune sforzo di partecipazione alla nostra rinascita. Ieri ho avuto una riunione di condominio, il mio vecchio, piccolo condominio. Non ci amavamo molto. Eravamo quasi degli estranei. Ora si va d'accordo e si cerca di venirci incontro. Un piccolo miracolo. Siamo affettuosi l'uno con l'altro. Ed accondiscendenti. Da qui si riparte. Si riparte dalle persone.Non so per dove. Ma si riparte davvero. Nonostante il terremoto, nonostante gli invasori, nonostante le bugie, nonostante chi non c'è più.

lunedì 26 aprile 2010

Comando e Controllo


Ieri, 25 aprile, in serata, nel presidio permanente degli Aquilani, in piazza Duomo, abbiamo proiettato il film documentario di Alberto Puliafito, il bravissimo giornalista torinese che ha trascorso con noi i mesi dell'emergenza. E del comando e controllo. Quei mesi che ci hanno visti schiacciati e sopraffatti ed oscurati dal metodo della protezione Civile. E merce da propaganda di stato.Quei mesi che hanno visto gli Aquilani anestetizzati dall'assistenzialismo che offusca la mente. Esasperato ad arte. Coloro che si ribellavano al metodo venivano annientati. Resi invisibili. Il tendone era colmo di persone. Tantissimi visi nuovi. E tanto dolore, nel ricordare, in alcuni casi, nel CAPIRE, ciò che abbiamo subito. E che rischiamo di tornare a subire. Mi son rivista in un'intervista del mese di agosto. Seduta sul letto del container nel quale vivevo. L'avevo dimenticata. Ho tremato e pianto sommessamente, nel ricordare.Vi riporto quello che Alberto ha scritto per noi. E' lungo, ma merita davvero di essere letto. E vi invito ad andare a vedere il film, se arriverà nelle vostre città. La proiezione è sempre gratuita.
p.s. Comando e controllo altro non è che il nome che la stessa protezione civile dà al suo quartier generale , celandolo dietro l'acronimo DICOMAC. Direzione comando e controllo.

"Dedichi quasi un anno della tua vita a una storia. Alla storia dell'Aquila. Ti fai raccontare, analizzi, discuti con colleghi e amici, cerchi di ampliare il raggio del tuo racconto e di mettere insieme i fatti per costruire una tesi. Così, nasce "Comando e Controllo". Un documentario duro. Politico. Senza speranza. Alcuni giornali e riviste recensiscono. Lo porti a New York, assolutamente per caso. Lo proietti a Torino, la tua città natale: ti aspetti una settantina di persone e ne arrivano 150. Entrambe le proiezioni vanno bene, e cominci a pensare che forse c'è del buono.Poi succede che arrivi all'Aquila, dove è nato tutto. E non conta più niente.Non conta più niente perché ti emozioni come un bambino, perché è qui che l'hai girato, il tuo film. E perché è qui che "Comando e Controllo" deve tornare. E perché deve tornarci il 25 aprile: il Comando e il Controllo vanno raccontati e smascherati il giorno della Festa della Liberazione, per una catarsi di contenuti e parole, di significati e significanti.Non conta più niente perché il pubblico dell'Aquila è l'unico che possa giudicare il lavoro: è composto da persone che il Comando e il Controllo li hanno subìti, che magari li hanno combattuti come potevano; persone che hanno vissuto il terremoto e la gestione emergenziale. Prima che inizi la proiezione, nel Presidio Permanente di Piazza Duomo, sei nervoso, ti guardi attorno, vedi che ci sono tanti amici, tanti volti noti e tante persone a cui sei legato, probabilmente per la vita. E vedi che ci sono sconosciuti che attendono. Probabilmente, attendono di vedere come è stata raccontata la loro storia.Decidi che non vuoi parlare prima della proiezione. Il tendone si riempie, e la tua tensione sale. Anzi, non è tensione: è emozione, o forse paura. Perché non vorresti mai aver sbagliato anche tu, come hanno sbagliato tanti, a raccontare questa storia. Per fortuna c'è una persona accanto a te che il tuo lavoro l'ha già visto e che, miracolosamente, trova il modo giusto per rassicurarti. In silenzio: era l'unico modo possibile. In silenzio, come diventa silenzioso il tendone quando parte la proiezione. Poi, una prima risata quando c'è da ridere amaramente. Un'imprecazione di indignazione. Un'altra. Una risata di gusto. Un applauso durante la proiezione. Un altro applauso e un'altra risata amara, poi una di cuore, poi qualche altro cenno di rabbia. La tensione ti si scioglie e esci dal tendone, e ascolti le altre reazioni, che non ti immaginavi così forti. Te le godi tutte. Fino all'applauso finale.Che non sai proprio come accogliere, tant'è lungo e bello: non riesci a goderti il momento come se fosse una celebrazione, no. Ti siedi dietro al tavolo per il dibattito, mentre l'applauso continua, e devono farti alzare a forza, per goderti quell'applauso che in realtà è un abbraccio: una signora viene a stringerti la mano e ti dice grazie, e tu resti lì, incapace di parlare. E non ti viene da fare nient'altro che non sia applaudire a tua volta e ringraziare gli unici veri artefici del tuo lavoro. Gli unici veri protagonisti di questa storia. Gli Aquilani.E quell'applauso lo vorresti condividere con tutti coloro che hanno collaborato al lavoro e lo hanno reso possibile. Per la prima volta, da quando racconti questa storia, sei senza parole: era tanto tempo che non ti emozionavi così; per la prima volta hai la sensazione di aver davvero raccontato la storia che volevi raccontare e ti senti finalmente legittimato a portarla in giro per questo Paesello malato e stanco, che questa storia, la storia dell'Aquila e di "Comando e Controllo", deve conoscerla perché si possa fermare un processo di imposizioni autoritarie, di potere assoluto, di concezione della "cosa pubblica" come se si trattasse di un'azienda da cui trarre profitto, di emergenze e capitalismo dei disastri, di neoliberismo e erosione degli spazi democratici.Pensi a tutto questo, e hai una gran voglia di dire grazie a tutti coloro che erano presenti, che ti hanno regalato una nottata speciale: l'adrenalinadi cui ti hanno riempito ha reso più facile una notte al volante, per ritornare dall'Aquila a Torino e ricominciare a lavorare per portare ovunque questa storia."

giovedì 22 aprile 2010

Doma'

Ricordo la mia città senza Aquilani, un anno fa. Piena di divise. Piena di divieti.Piena di persone che ti dicevano cosa fare. Gente che pretendeva di pensare al tuo posto.Io, scheggia impazzita, vagavo in cerca di quello che non c'era più. Cercavo tracce della mia prima vita. Cercavo di non impazzire. Guardavo le mie montagne. Le uniche ad essere rimaste sempre uguali. Ricordo che, se cercavo qualcosa da mangiare nei pochi supermercati aperti, o chiedevo acqua in un chiosco di fortuna, o mi avvicinavo ad un campo tenda, c'era sempre lo stesso ritornello. Quello di una canzone che ho imparato presto a detestare: "Domani". Credo conosciate il brano dei cinquanta artisti italiani uniti per noi. Aldilà del nobile gesto, la canzone è orribile. Banale e superficiale. "Con un po' di fortuna si può dimenticare" recita. Quelle parole mi infastidivano. Ma cosa vuoi dimenticare? Noi non vogliamo dimenticare. "Lo so che si passa il confine, e di nuovo la vita sembra fatta per te, e comincia domani". Domani?Quando non sai neanche cosa sarà di te fra un minuto. E non lo sai neanche oggi. Dopo un anno. "Domani è già qui", cantavano in gruppo,quando qui ben sapevamo che quel domani sarebbe arrivato fra anni ed anni. Qualche tempo fa, quando le carriole avevano già iniziato il loro percorso, in Piazza Duomo si allestiva la farsa della chiesa delle Anime Sante riaperta al pubblico. Una quinta celava il transetto e la cupola distrutti e, all'esterno, un megaschermo proiettava immagini ottimistiche. Si aspettava Bertolaso, che non arrivò, temendo contestazioni. Restai lì la mattina intera e gran parte del pomeriggio. A volume altissimo, degli altoparlanti trasmettevano la canzone in questione. A ripetizione. Per ore ed ore. Chiesi ad un vigile del fuoco di risparmiarci quella tortura. "Ordini della protezione civile", mi rispose. Quando venni via, ero inebetita. Le stesse note, trasmesse per tutto il giorno, mi avevano distrutta. Inutile dire che il fastidio si trasformò in avversione viscerale. Ieri mi sono riconciliata con quella musica. Chi ha compiuto il miracolo? Un nutrito gruppo di artisti aquilani , tutti insieme ad esorcizzare la banalità del testo, con una testimonianza che mi ha commossa. Occorre star dentro agli accadimenti, per capirne la portata. Occorre viverli, per poter parlare ai cuori. E bisogna rispettare i tempi del dolore.Nella canzone, che vi propongo con i sottotitoli, c'è tutta la nostra storia sino ad oggi. Storia di stranieri nella propria città. Di scosse che continuano da mesi e mesi.Storie di accampati, di pendolari, di cani sciolti. Storie di case distrutte, di case nuove che non bastano e di strade che non riconosci. Storie di nuovi agglomerati senza anima. E di mille rotatorie.Storia di una città che non è più la tua. E dei suoi abitanti che, nonostante la "sòla", lottano. Soli.

domenica 18 aprile 2010

I libri e le carriole


L'esperimento di democrazia partecipativa che vede L'Aquila trasformata in un laboratorio di idee, progetti ed iniziative e i cittadini impegnati in prima persona a promuoverli e renderli fattivi implica un immane sforzo di auto-organizzazione. I cittadini attivi sono spessissimo impegnati in più fronti. Le riunioni si susseguono incessanti. In una città-non città che rende tutto ancor più difficile. Le tematiche da affrontare sono tantissime.Nuove forze si sono aggiunte a quelle che lavorano sul territorio dalla prim'ora. E questa è una ricchezza e una fonte di stimolo e soddisfazione per chi ha sempre creduto nel progetto. Nonostante le difficoltà, le delusioni, le sconfitte, gli oscuramenti. Eravamo in pochi, all'inizio, ora siamo in tanti. L'assemblea cittadina di stamani è stata produttiva ed efficace. I cittadini attivi hanno riportato i progressi ottenuti nei vari tavoli di lavoro. Altre proposte sono state portate all'attenzione dell'assemblea. Con ottimi risultati di adesione. C'è entusiasmo e desiderio di partecipazione. Alle ore 10, sotto un cielo piovigginoso, sono arrivati i libri donati all'università, sulle carriole, ed è stata allestita una piccola biblioteca ad accesso libero nel tendone del presidio permanente di piazza Duomo. Poi si è partiti per una passeggiata ricognitiva per le strade del centro storico ancora interdetto agli Aquilani. E' stato doloroso constatare ancora una volta come la nostra città stia letteralmente morendo. Il quartiere di San Pietro e quello di Santa Maria Paganica sono i più devastati. E lì abbiamo passeggiato. Mestamente. Alcuni attoniti, altri con le lacrime agli occhi. Molti consapevoli e seriamente preoccupati. La netta sensazione è quella di essere in mano ad amministrazioni assolutamente impreparate a fronteggiare un tale disastro. Il pericolo è che la protezione civile torni ad operare sul territorio con la politica del fare. Fare profitto, calpestando i diritti ed i bisogni della popolazione e del territorio. Trattando la ricostruzione come un affare da risolvere con appalti e clientelismo. E la popolazione, intimorita dalla macchina da guerra degli uomini del fare, torni ad appiattirsi, rimettendosi alle decisioni prese dall'alto. Ma lo zoccolo duro si è formato. Ed io so che resisterà. Siamo motivatissimi. Non vi nascondo di essere molto stanca. Da più di un anno vivo in condizioni estreme e sempre in prima linea nel monitorare gli accadimenti aquilani, e nel cercare, nel mio piccolo, di determinarli. Le difficoltà del lavoro che non riparte, le preoccupazioni per il futuro personale, la stanchezza fisica mi obbligano a prendere una pausa. Continuo ad esserci, ma con un occhio alla mia salute. Tornerò presto attiva come prima.

lunedì 12 aprile 2010

Quello che è importante



Son rimasta in silenzio in questi giorni. Il silenzio che il dolore mi imponeva. Ma ho continuato a lavorare, insieme con i cittadini coscienti ed attivi, per la mia città. Sono accadute tante cose. Molte, a mio avviso, prive di importanza. Altre, invece, degne di nota e foriere di soddisfazioni. Il consiglio comunale che si è svolto la sera del 5, prima della fiaccolata della memoria, è stato un'indegna farsa. Un insulto ai cittadini dolenti, ai parenti delle vittime, alla verità. Sindaco, consiglieri e ospiti, del calibro di Alemanno, Polverini, Bindi, hanno sfilato nella vetrina mediatica offerta dalla ricorrenza. Nessun ordine del giorno da offrire alla popolazione in Piazza Duomo. Gli ordini del giorno vengono stilati quando il consiglio si riunisce nei laboratori del Gran Sasso. In montagna, lontano dalla città e dalla gente, nel tentativo di scongiurare la partecipazione. E nessuna commemorazione. Solo autoncensamenti per l'operato svolto. E bugie. La popolazione ha vibratamente protestato, soprattutto durante la lettura del messaggio del presidente Berlusconi. Il Consiglio ha risposto con pesanti rimbrotti e minacce di ritorsioni. Cose da far accapponare la pelle. I nostri rappresentanti che minacciano i propri elettori. Stendiamo un velo pietoso e releghiamo la circostanza fra quelle non degne di nota. Degna di nota, al contrario, l'assenza del dottor Bertolaso che, percependo il dissenso, ha preferito glissare alla volta di vetrine migliori. Grande assente anche il presidente del Consiglio: L'Aquila non è più un set attraverso il quale mostrare il falso all'Italia intera. E queste son soddisfazioni. Il viscido aquilano Vespa, untuoso e prono con i potenti, arrogante e prepotente con i dissenzienti, ha preparato in differita il teatrino per l'occasione. E' stato bravo a togliere la parola agli Aquilani attivi ed a ridicolizzare le amministrazioni deboli ed insipienti. Bravissimo ad offrire a Bertolaso l'occasione per ripulirsi le mani e la faccia. Dopo gli scandali che lo vedono coinvolto. Ha tentato anche di dividere la popolazione: quelli con il popolo delle carriole e quelli che si dissociano. Con scarso esito. Alcuni cittadini dissenzienti, dopo aver fondato su facebook un gruppo chiuso, nel quale si entra dopo vaglio dell'amministratore, gli hanno inviato una lettera di scuse e ringraziamenti. Si dicono riconoscenti all'operato della protezione civile e delle istituzioni tutte. Idee rispettabilissime. La nota interessante, però, è che i firmatari si definiscono "coloro che si dissociano". Senza nome, senza faccia. Senza il coraggio di affermare le proprie idee in maniera riscontrabile. Anonimi. Come gli anonimi che popolano questo blog da sempre e che mai sono stati costruttivi per il dibattito. Archiviati gli argomenti privi di importanza, ma che vanno riportati per onor di cronaca, passiamo ai fatti. Ieri, domenica, ci siamo incontrati di nuovo per spalare. Il tempo impietoso, il freddo e la pioggia, ci hanno consentito di lavorare per un paio d'ore. Piazza IX Martiri è stata ripulita dalle macerie. Abbiamo iniziato con l'attigua piazzetta del Sole. Il 25 aprile i cittadini attivi restituiranno la piazza simbolo della resistenza alla cittadinanza e celebreranno la giornata con un programma in via di definizione. Alle 12 si è svolta l'assemblea cittadina nel presidio permanente di piazza Duomo. Partecipatissima e costruttiva. E poi i tavoli dell'open space che stanno producendo documenti di partecipazione. E programmi. E che implicano tanto lavoro e il tempo di tutti noi rubato ai gravosi impegni che la nostra condizione ci impone. Presto si vedranno i risultati. Per chi voglia avere un'idea, invito a visitare questo sito, in via di perfezionamento, ma già in grado di aprire una finestra sul lavoro che stiamo svolgendo http://www.anno1.org/home
E la stampa internazionale è interessatissima al nostro progetto poiché lo considerano valido ed esportabile . L'Aquila è diventata un laboratorio di democrazia e di partecipazione dal basso. E questo grazie ai cittadini che volontariamente ed indefessamente lavorano da mesi per la sua rinascita. E i risultati fin qui prodotti sono soddisfazioni. Il resto, per me, non è degno di nota.

Il trailer del cortometraggio del nostro Luca Cococcetta esprime la rabbia e la disperazione di chi si sente ingiustamente colpito dalla prepotenza di chi tenta di strumentalizzare la nostra condizione.

mercoledì 7 aprile 2010

Un anno fa

Un anno fa, oggi. Sto provando a ricordare, ma ho il vuoto. Sento solo un buco doloroso allo stomaco. Posso solo constatare quanto sia vero che io, da quel giorno, sono un'altra. Quella di prima è seppellita per sempre. E non vuole più uscire, se non nei ricordi più lontani. Quelli della memoria che deve restare. E oggi, e da oggi, voglio sempre più impormi la volontà di guardare solo avanti. Giorno dopo giorno. Per quello che ogni giorno può portarmi. Quelli appena trascorsi sono stati pesanti e mi hanno fatto male. La sensazione è stata come di una nuova malattia su un corpo che ancora soffre di quella vecchia. Su un corpo che si risolleva unicamente con la forza della volontà, ché le medicine sono inefficaci. E quando stai così male non riesci a vedere neanche il buono. Il bello di tante persone, tutte insieme, unite a ricordare. No, vedi solo gli sciacalli nostrani e forestieri. Gli sciacalli che si avventano su un dolore che andrebbe rispettato. Su una rabbia che andrebbe compresa. Perchè noi, con tutto il nostro bagaglio di sofferenza e ricordi, il 5 ed il 6 aprile avremmo dovuto esser lasciati soli. Per poi essere presi di nuovo oggi. Con la nostra vita da ricostruire. E aiutati a ricominciare. Invece solo retorica spicciola e bugie. E fotografi che passavano sopra al tuo dolore come treni in corsa. Avrei dovuto restare chiusa in casa. Non l'ho fatto. Ho sbagliato. Ma quei 308 rintocchi della campana, uno dopo l'altro, sono durati venti minuti e mi hanno convinta che era giusto che fossi lì. Nel buio. E ognuno di loro era un corpo. Che non c'è più. Un'anima andata altrove. Ho pianto, al freddo. Nascondendo il volto nella sciarpa, appoggiata ad un lampione della piazza di tutta la mia vita.
Piango ora. Perdonatemi.

venerdì 2 aprile 2010

Pasqua di rinascita

Le carriole, il cuore di tanti Aquilani messo a servizio della propria città, suscitano paura, polemiche, attacchi, strumentalizzazioni. Nelle stanze del potere si vede di mal'occhio la raccolta di tanti cittadini sotto un unico obiettivo. I cittadini pensanti, critici, attivi, nell'Italia di oggi, devono essere eliminati. Relegati in un angolo, ridotti al silenzio a subire le decisioni prese da altri. E' questo il volere del Prefetto Gabrielli. E' questo il volere della Curia. Gli attacchi sono stati spietati. Gabrielli, ex capo del Sisde, amico fraterno di Guido Bertolaso,dopo aver sentenziato che le carriole aquilane sono un chiaro strumento elettorale, ed aver denunciato i cittadini, non pago, ha inferto l'affondo "questa si chiama prepotenza delle minoranze". E qui si scopre l'individuo. Sorvolando sul fatto che non siamo minoranze, bensì rappresentanze,come vogliamo definire chi scorge nelle minoranze un pericolo e non una ricchezza? E ne annulla i diritti? Come vogliamo chiamare chi tende a ridurle dispoticamente al silenzio? A voi la risposta.
Altro uomo di potere che non ci ha lesinato stigmatizzazioni è l'arcivescovo Molinari, colui che è stato commissariato dallo stesso papa, tramite l'invio di un vescovo ausiliare.
'' Sembra che ci sia qualcuno molto interessato alle 'carriolate' perché vuole creare dal punto di vista politico un gruppo che abbia autorità nella ricostruzione della città''. E ancora:" qualcuno è molto interessato a queste manifestazioni per poter entrare poi nella cabina di regia delle attività di rimozione delle macerie e di ricostruzione" Pure illazioni quelle dell'uomo di chiesa, che lanciano ombre, ma non fanno nomi. Se gli Aquilani volessero fare illazioni sull'operato del vescovo e della curia tutta, prima del terremoto, avrebbero milioni di parole da versare. Se ne sono viste delle belle, con i numerosi pretini giovani arrivati in città dopo l'insediamento del vescovo. Eleganti e azzimati come maniquenne e affettati come cicisbei. Si sono notati i loro comportamenti poco ortodossi. Nelle strade e nelle canoniche. Illazioni, supposizioni senza nessuna base concreta, per cui i cittadini hanno taciuto. Non hanno rilasciato interviste nelle quali esplicitavano i loro sospetti. Il vescovo, invece, parla a favore dei giornalisti. E accusa. Senza addurre fatti probanti. Fatti, invece, e non parole, sono quelli che vedono la Curia imporre prepotentemente le mani sul bottino del post terremoto, ottenendo che si costruiscano strutture pubbliche, con danaro pubblico,quali la nuova casa dello studente, su terreni privati, della curia, che ne assume la gestione ed il possesso. Oppure costruendo strutture private, chiesa, conventino per sei fraticelli, accoglienza e mensa su terreni pubblici, quale Piazza D'Armi. Disgustoso l'atteggiamento che vede chi dovrebbe auspicare e favorire la fratellanza fra le genti applicare il divide et impera che qui, ormai, è di casa. Applicato in primis dal metodo protezione civile, quindi dalle istituzioni, ed ora anche dal clero. Nessuna parola per le infiltrazioni mafiose negli appalti, nè su chi rideva alle 3e32 di quella notte. Nessun cenno a chi specula sulla nostra tragedia. Lì si tace. Come sui preti pedofili.

Mi cheto. La Pasqua nella mia città mi piaceva tanto. Come rito di rinascita. Ed amavo, da atea, il funerale di Cristo uomo che si svolgeva per le via del centro storico. La processione del venerdì santo mi vedeva sempre presente. Quest'anno non ci sarò. Sono nauseata. La mattina di Pasqua ci riuniremo per la tradizionale colazione aquilana nel presidio permanente di piazza Duomo. Per abbracciarci ancora. Per continuare a sperare. Poi il selenzio per la commemorazione della nostra tragedia. Solo la fiaccolata, dalla mezzanotte del 5 alle 3e32 del 6 aprile. Lasciamo agli altri i teatrini e le ostentazioni. Noi esigiamo silenzio e rispetto.
Buona Pasqua di rinascita a tutti voi.
Un abbraccio.

martedì 30 marzo 2010

Vi prego.....

A L'Aquila la sinistra ha ottenuto il 58% dei consensi. Nonostante tutto. Nonostante il comportamento criticabilissimo avuto prima e dopo il terremoto. Nonostante la politica di spartizione di potere e di privilegi. Nonostante non si sia mai posta dalla parte dei bisogni dei cittadini. Nonostante non abbia avuto mezzi, né possibilità, di fare campagna elettorale. Nonostante non siano stati approntati i collegamenti con i seggi per gli elettori lontani dalla città. Nonostante i seggi fossero dislocati nei posti più impensabili, e fosse difficile capire dove conferire le proprie scelte. Non chiedetemi, quindi, perché gli Aquilani hanno preferito la destra. Così non è. Anche gli Aquilani di destra hanno votato Stefania Pezzopane, poiché sapevano che l'altro candidato era impresentabile e sarebbe stato pernicioso. Del Corvo, voluto fortemente e sapientemente da Berlusconi, è marsicano. E la Marsica è territorio esteso e popoloso. Avezzano da sempre richiede di fare provincia a sé. Il voto di quella gente è stato volgarmente funzionale alle loro aspettative. Il terremoto dell'Aquila, ché così si chiama, poiché ha colpito solo L'Aquila ed i paesi limitrofi, non ha sfiorato la Marsica. I marsicani ritengono che non sia problema loro. Vi prego, non caricateci di un ulteriore peso che non dobbiamo portare. Ne abbiamo già troppi.
Berlusconi e i suoi emissari, qui, nella terra del terremoto, hanno perso.

domenica 28 marzo 2010

La domenica delle palme


Domenica delle palme. La stessa domenica che, un anno fa, ha visto spezzate le nostre vite.Le carriole aquilane sono tornate in piazza, nonostante i divieti e le intimidazioni. E le voci che davano rimandata per motivi elettorali la giornata di lavoro sulle macerie. Abbiamo trovato la Digos ad aspettarci alla villa comunale, stamani. Divieto categorico di introdurre le carriole in piazza Duomo. "Sono un simbolo elettorale", ci siamo sentiti dire. Alle nostre vibrate proteste, "siamo lavoratori", sono state sequestrate. Non ci siamo dati per vinti. Abbiamo raggiunto il presidio permanente in piazza Duomo ed abbiamo tirato fuori dal tendone le carriole che stavano lì dalla scorsa domenica. E ci siamo diretti verso piazza Nove Martiri, per ultimare il lavoro iniziato la scorsa settimana. Correndo e spingendo le carriole, abbiamo guadagnato la piazzetta attraverso i vicoli che costeggiano il corso. E abbiamo iniziato a spalare, come sempre. E nessuno aveva provveduto a svuotare i cassoni che avevamo riempito con il lavoro dell'ultima domenica. Ma la catena umana si è formata ugualmente. Tante persone hanno il desiderio di lavorare e di apportare il loro contributo materiale alla città. E si è cantato, mentre si lavorava. La Digos, imperterrita, rispettando ordini venuti dal Prefetto, che dice di averli ricevuti direttamente dal ministero, ha provveduto ad intimorire i cittadini. "Denunceremo all'istante i proprietari delle carriole", hanno tuonato minacciosi. Chi è sopravvissuto ad un terremoto come il nostro, chi è sopravvissuto a mesi e mesi di soprusi che hanno calpestato i diritti e la dignità dei cittadini non ha paura. Men che meno di una carriola. O di una denuncia. Per prima mi sono assunta la paternità dell'attrezzo. Per prima sono stata identificata. Dopo si sono aggiunti gli altri. Mentre partecipavamo, a mezzogiorno, alla sempre più affollata assemblea cittadina, ci è giunto il verbale di sequestro che vi produco. Abbiamo riso, per non arrabbiarci. Ma tutto ciò è gravissimo. Continuano a calpestarci, pur coprendosi di ridicolo. Non ci fermiamo qui. L'ho già detto. Lo ripeto. Le proposte per lo smaltimento delle macerie sono pronte in un documento dettagliatissimo. E altri temi sono stati affrontati e saranno discussi in tavoli di lavoro che produrranno i documenti da sottoporre alle amministrazioni. Intanto si avvicinano i giorni dell'anniversario. Il 31 sarà trascorso un anno da quel giorno in cui la commissione grandi rischi rassicurò la popolazione tutta dalla paura di una grande scossa. Ci invitarono a bere del buon Montepulciano d'Abruzzo. E a non pensarci. Mentre non si approntavano piani di evacuazione e non si predisponevano supporti in loco. La notte del 6 aprile, quasi un anno fa, erano in servizio solo quindici vigili del fuoco. Mentre qualcuno, lontano, rideva. E le macerie, e le nostre case distrutte sono ancora qui. Oggi. A dirci che poco è cambiato da un anno fa. Mentre, intorno alla nostra città, su quella terra che amiamo, incorniciata dalle nostre montagne, diciannove nuove città, che resteranno lì per sempre, ci mostrano un territorio devastato dalla mano dell'uomo. Orribili casermoni che ospitano una piccola parte di senza tetto e che lasciano lontani dalla città ancora tanti. E tanti ancora, la maggioranza, a provvedere a se stessi da soli. Non so se gli Aquilani elettori vorranno premiare questo governo. Io ho votato. Con la nausea e la rabbia. Poiché la sinistra si è comportata in maniera vergognosa nella gestione del dopo terremoto. Avallando le sconcezze volute dal governo. Ma ho preferito scegliere il nemico interlocutore. Tornando nella casa che abito da qualche giorno, ho fatto scivolare lo sguardo sulle mie montagne, le ho accarezzate. Loro, almeno, non son cambiate. E mi danno sicurezza. E le amo. Così come amo la mia città martoriata. E la mia gente battagliera. Che non si arrende. Ci aspetta una settimana pesante. Le passerelle di politici, prelati, giornalisti sono alle porte. Resisteremo anche a questo.

lunedì 22 marzo 2010

Il potere a piazza Palazzo, i fatti a piazza Nove Martiri


Non so come raccontarvi la giornata di ieri. Non riesco a narrarla come una cronista del terremoto aquilano, quale mi sono autoeletta dal 6 aprile. Un cronista dovrebbe essere privo di coinvolgimento emotivo e parlare semplicemente degli accadimenti. Io, invece, la giornata di ieri l'ho vissuta con il cuore aperto e con tutta me stessa. Ed è stata bellissima. Ancor più bella di quel 14 febbraio scorso, quando è nato il movimento dei cittadini aquilani. Dopo giorni di scoramento,nel corso della settimana,dove sembrava di essere di nuovo soli e pochi di fronte alla macchina da guerra che organizza i consensi elettorali, e sembrava di essere inermi, quasi schiacciati, dal clero, dai politici, dall'esercito, dalla polizia, da Bertolaso che tornava alla carica con i metodi che conosciamo, ebbene siamo esplosi di nuovo. Tantissimi ed incontenibili. Alle 10 del mattino le carriole erano pronte per partire alla volta di piazza Palazzo. Sapevamo che l'esercito ed i vigili del fuoco l' avevano sgomberata dalle macerie, ma volevamo constatare il lavoro fatto. E poi, provare,senza consenso della Digos, ad avanzare alla volta di piazza San Pietro. Cuore del quarto più devastato dal sisma. Si stava partendo quando un'auto blu è arrivata. Il presidente della regione, Gianni Chiodi, voleva entrare in piazza con noi. "Vi faccio strada" ci ha detto l'ennesimo strumentalizzatore. Qualche sguardo scambiato velocemente e il corteo non è partito. Lo abbiamo mandato avanti solo, con il codazzo dei giornalisti. A riprendere la piazza pulita e vuota. Siam partiti dopo una quindicina di minuti. Lentamente. Eravamo fortemente contrariati dall'ennesimo spot. Dopo alcuni metri, ancora qualche sguardo di tacita intesa, abbiamo iniziato a correre, con pale, secchi e carriole. Qualcuno ha spostato una transenna, posta ad occultare sapientemente una delle tante piazze della nostra meravigliosa città, e ci siamo imbucati per la stretta viuzza che conduce a piazza Nove Martiri. E lì, davanti ai nostri occhi, si è svelato il mucchio di macerie che la sovrasta. Ed i giardinetti invasi di sporcizia e materiale di risulta. E abbiamo iniziato a spalare. E differenziare. E la catena umana si è formata spontaneamente. E i cittadini arrivavano, in massa. Ci siamo abbracciati, quasi piangendo. La fantasia e la spontaneità che vinceva sul potere. E quante facce nuove e quanta buona volontà. Nel frattempo, al parco del Castello, altre centinaia di persone, famiglie con bambini, ripulivano le aiuole e piantavano le primule. E i bimbi facevano disegni. La piazza del Duomo era pienissima. Nei tendoni che avrebbero ospitato l'assemblea cittadina si prendevano le prenotazioni dei partecipanti. Più di quattrocento. Ma erano in tantissimi quelli che assistevano da esterni. Alla spicciolata ci siamo diretti a piazza Palazzo, in tempo per constatare che è stata ripulita, ma che la differenziazione non è stata effettuata, se non per qualche mucchietto di pietre poste lì per le telecamere. Sarà una dura battaglia, che verrà portata avanti con la carta bollata. A suon di esposti. Vedere lo "struscio" lungo il corso cittadino, dopo quasi un anno, mi ha commossa. Gli Aquilani, anche quelli che non hanno spalato, si son ripresi la loro città. Deserta fino a qualche settimana prima. L'assemblea, facilitata da esperti volontari, giunti da Roma e Firenze, ha prodotto un primo documento importantissimo. I bisogni e le proposte dei cittadini. Tavoli di lavoro dove ognuno si è reso referente e responsabile delle proposte avanzate. I facilitatori ci hanno detto che mai avevano visto un'assemblea tanto sentita e partecipata. E poi il pranzo, offerto dagli amici di un vicino paese, con il supporto di tutti noi, ci ha visti intorno agli stessi tavoli di discussione. Ci ha visto sorridere. E sperare. Sappiamo che sarà dura. E che il percorso di ricostruzione della nostra città lungo e periglioso. Ma la ricostruzione sociale è iniziata da noi. Dal popolo delle carriole, come i media ci hanno battezzati. Un raggio di sole, nella giornata dal cielo velato, ha illuminato lo scorcio della serata. Un segno di speranza e di unità. Sappiamo bene che ormai costituiamo una realtà tangibile. E ci temono in molti. E molti vorrebbero cavalcare i risultati dello sforzo e del sacrificio che, dopo undici mesi, mostra i suoi frutti. Noi vogliamo continuare ad essere liberi. E a rivendicare il diritto alla partecipazione. Alla trasparenza. Alla verità.

giovedì 18 marzo 2010

Prove tecniche di campagna elettorale

Ieri sera, all'assemblea cittadina che da quattro settimane si tiene ogni mercoledì nel tendone di piazza Duomo, mentre si concordavano le linee di comportamento da tenere la prossima domenica e quelle a venire, è arrivata la notizia Ansa che riportava l'annuncio del ministro Prestigiacomo. Si tolgono le macerie dal centro storico dell'Aquila, e si inizia da piazza Palazzo. Esercito e vigili del fuoco impegnati nell'operazione. Diecimila tonnellate da rimuovere in due settimane. Sconcerto ed apprensione sono state le prime reazioni dei cittadini. Velocemente si è stabilito che questa mattina, alle ore nove, ci saremo ritrovati di nuovo per monitorare l'intervento. Arrivata sul luogo, insieme con altri quattro cittadini, ho subito constatato che le ruspe dei vigili del fuoco erano già in azione. La Digos era pronta a fermarci. Chiamato il Sindaco, nessuna risposta. Interpellato il vice sindaco, ignorava cosa stesse accadendo in piazza. La presenza della sovrintendenza ai beni artistici ci ha leggermente sollevati. Ma, partendo dall'assunto che le pietre ed il materiale prezioso verranno salvati, nulla sapevamo, e sappiamo, cosa sarà di tutto quel materiale riciclabile che conosciamo tanto bene per essere stati sulle macerie da tre settimane. Trambusto. Siamo in cinque, ma ci facciamo sentire. Gli altri cittadini sono bloccati alle solite transenne, presidiate dalle forze dell'ordine. Le ruspe si fermano. Chiediamo di vedere l'ordinanza che regola l'operazione. Arriva il presidente della regione, commissario Chiodi. A seguire il sindaco, vice commissario Cialente. Chiodi, con il quale non avevo mai avuto modo di parlare, è sapiente affabulatore. Molto accattivante. Ci espone le sue intenzioni, concordate con il ministro dell'ambiente. Non è una mera operazione iniziata a ridosso delle elezioni, ci dice, iniziamo a togliere le macerie, questo è un esperimento. Per condurla abbiamo individuato solo referenti pubblici, visto che di alcuni privati, forse, non ci si può fidare. Uno dei nostri ha fatto notare che anche del pubblico ci si può fidare ben poco. Comunque le prime macerie saranno trasportate in una cava locale e lì differenziate. Noi vogliamo monitorare. E lo faremo con presidi permanenti. E vogliamo ben capire la strada che prenderanno. Chiodi ci ha chiesto di individuare fra di noi un unico referente al quale potrà, via via, illustrare le decisioni che si intraprenderanno. Abbiamo voluto leggere l'atto come una gesto positivo. Raggiunta di nuovo la piazza Duomo, dove si provvedeva, nel frattempo, a montare un'ulteriore tensostruttura nella quale accogliere la grande assemblea cittadina che si svolgerà domenica con la tecnica di partecipazione dello spazio aperto, apprendiamo che, nonostante i permessi richiesti ed ottenuti, l'operazione viene ostacolata da un solerte geometra comunale che si dichiara assolutamente indifferente, e insofferente, alla partecipazione cittadina. Adduce motivazioni di carattere pratico. Ci sarà trambusto domani ed il 24 in piazza Duomo. Alla nostra richiesta di chiarimenti, si lascia sfuggire che arriverà Bertolaso. Se ne pente immediatamente e cerca di depistarci. Forse mercoledì. Forse alle 13. Forse alle 9.Da domattina alle nove inizieremo un presidio permanente anche in piazza Duomo.
E il cerchio si chiude: macerie rimosse nel luogo simbolo della città e set mediatico per chi deve ripulirsi la faccia. Non la coscienza. E per chi deve acquisire consensi e voti. E tutto questo, sempre, sulla nostra pelle.