mercoledì 26 gennaio 2011

Si ricomincia

Mi pesa scrivere questo post. Mi pesa tanto. L'ho iniziato da tempo, e sempre archiviato fra quelli da pubblicare. Ma, ogni volta che entro in questo spazio, lo ritrovo. Iniziato e mai finito. Lo ritrovo a dirmi che c'è qualcosa di non detto. Di non raccontato. Eppure ho sempre raccontato tutto quello che sentivo essere importante rispetto alla condizione di noi Aquilani. Non lo finivo, in attesa di una conclusione che fortemente aspettavo positiva. Ma ora è tempo di dire. E' un post che parla di un fallimento. Ma voglio che sia un post che parli anche di rinascita. Un'ennesima rinascita.
Vi ho sempre detto dell'Aquila paradigma dell'Italia, ebbene, anche la conclusione alla quale sta giungendo questo scritto lo è.
"Perché anche un blog può aiutare a rinascere, dalle macerie", questo scrivevo, ormai ventuno mesi fa. E pensavo alle macerie fisiche. Ed a quelle morali. Ma quel movimento di ribellione, e di rinascita, che vado raccontando dal 6 aprile 2009, prima sola, poi con qualche compagno di strada, poi con tanti, è fallito. Fallito non perché morto, ma perché ha mancato il suo obiettivo. Quale? L'unico: quello di cittadini senza città che, insieme, risalgono la china. E ricostruiscono, se non le proprie case e la loro città, ché viene loro impedito, il tessuto sociale ed i rapporti umani. Il compito era quello di risvegliare le coscienze e, quindi, di unirsi. Anche solo per sperare e per farsi forza. Di trovare una strada tutti insieme, ché le macerie ed il dolore non hanno colore. Il collante c'è, il fattore comune, indispensabile in questi casi: c'è la tragedia. Ora non vi dico nulla di nuovo nell'affermare che quelli che io chiamo cittadini responsabili, o attivi, quelli, cioè, che non sono rimasti inermi e muti ad aspettare che le cose accadessero, siano per la stragrande maggioranza di "sinistra". E' innegabile che il popolo della sinistra sia più pronto a scendere in piazza, abbia più senso civico, sia più disposto a mettersi in gioco, a mostrare il dissenso. A darsi da fare per la collettività. Ma cosa avrebbe dovuto fare questo popolo? Certo non trasformare la nostra tragedia in una partita di pallone, con le opposte tifoserie. Certo non avrebbe dovuto connotarsi così fortemente, ottusamente direi, come l'unico depositario del giusto e del vero. Avrebbe dovuto aprirsi ai cittadini. Mi piace dire che avrebbe dovuto abbracciarli. Tutti. Invece, pur portando avanti tesi e percorsi utili e condivisibili, ha vestito, di volta in volta, i panni del rivoluzionario, del contestatore, del propositivo, persino dell'istituzione, mai sapendo parlare alla città. Mai smussando gli spigoli, mai aprendosi all'ascolto. Arroccato sulle proprie idee, connotato ed identificabile al massimo, lontano dai bisogni reali dei cittadini. Sempre più isolato, diviso, inutile. E cos'è, questo, se non il paradigma della sinistra italiana? Realtà senza speranza. Realtà che toglie la speranza. E allora anche qui si arriva al paradosso di lottare contro tutti, persino contro chi fa la tua stessa strada. E parla la tua stessa lingua. Si arriva al paradosso di ostacolare, anziché favorire, la partecipazione. Ché la partecipazione non può che essere spontanea, mai imbrigliata, burocratizzata, soggetta a gerarchia. Qualcuno lo ha chiamato "direttorio" quel gruppo di persone che si è autoeletto a dirigere, ma, cosa ancor più grave, ad indirizzare l'Assemblea Cittadina. L'Assemblea Cittadina, quell'esperienza da pionieri della democrazia che iniziammo a vivere nella primavera dello scorso anno. Luogo fisico, che si contrapponeva al non luogo che viviamo, e di incontro di menti. E anime. E volontà. Luogo che avrebbe dovuto accogliere e che invece ha respinto la cittadinanza, allontanando a colpi bassi chi, avvicinatosi con entusiasmo, dissentiva però dal metodo autoritario che, di fatto, ha sempre impedito il confronto aperto e leale. Il fallimento sta nel non aver trovato unità fra chi desiderava partecipare e nell'aver reso invisi al resto della popolazione, quella che è la stragrande maggioranza, coloro che, partecipando, venivano e vengono etichettati quali appartenenti ad una diversa fazione. La parola fine è stata poi imposta dall'amministrazione che ha rimosso quel tendone nel quale si tentava il percorso della democrazia dal basso. La strada di fronte a noi è ancora lunga, me lo vado ripetendo da tempo, e questa è solo una battaglia persa. Ma il movimento, questo movimento, ha fallito. Questa sinistra continua a fallire. Non abbiamo bisogno di finti eroi, e neanche di veri. Abbiamo bisogno di persone leali. Abbiamo bisogno di cittadini, e i cittadini sono di qualsiasi colore. Tutto con i loro errori, tutti con le loro paure. Abbiamo bisogno di persone che abbiano la forza di guardare gli altri negli occhi e di dire la verità. Anche se costa cara.
E da qui si riparte. Con un nuovo spazio che pretenderemo. Uno spazio di tutti che diventi realmente la casa dei cittadini. Perché l'assemblea esisterà sempre, finché esisteranno i cittadini.

martedì 11 gennaio 2011

Borghezio?


Tutti avrete sentito le esternazioni del leghista Borghezio a proposito degli Abruzzesi. Ebbene, non mi toccano. E non me la sento neanche di controbattere. Non è questa la pubblicità o la visibilità della quale abbiamo bisogno. Oggi abbiamo bisogno solo di fatti concreti. Dopo due anni di immobilismo. E scagliarsi contro chi ha già ampiamente dato dimostrazione della propria grossolana pochezza, e sprecare con lui energie e rabbia, non fa altro che allontanarci dagli obiettivi che dovremo prefiggerci. L'Aquila è ferma, bloccata, allo sbando. E questo dipende anche dai cittadini. Troppo rinunciatari, paurosi. Si adeguano. Ci hanno già ampiamente tacciati di essere ingrati e cialtroni. E lo hanno fatto sulla nostra terra. Sulle nostra pelle. Sul nostro dolore. Il governo dimostra con i fatti che, ormai, L'Aquila è un capitolo chiuso. I nostri stessi amministratori tacciano, vedi il presidente della Regione, nonché commissario alla ricostruzione, Gianni Chiodi , i cittadini che si attivano da volontari sul territorio quali sporadiche frange strumentalizzate. I nostri amministratori locali, nell'anniversario del 6 aprile dello scorso anno, in un consiglio comunale farsesco, al quale erano invitati personaggi del calibro di Alemanno e Polverini, hanno gridato a noi cittadini dimostranti di vergognarci, quando rumoreggiavamo al messaggio di Berlusconi. L'ex prefetto Gabrielli, ora da controllore a controllato, promosso sul campo a capo della protezione civile, ci ha chiamati cialtroni e ci ha denunciati. Cialtroni , da sempre, siamo per l'arcivescovo Molinari. Cialtroni per il neo vice commissario Cicchetti. Ci impediscono di avvicinarci alle nostre case. Ci ingabbiano in iter burocratici che, scientificamente, ci impediscono di ricostruire. Ci vietano la partecipazione, ci negano la trasparenza degli atti amministrativi. Siamo stati ostaggi mediatici di un governo che ha vigliaccamente speculato sulla nostra disgrazia. Mistificando la realtà che solo ora, a tratti e parzialmente, sta uscendo. Abbiamo visto arrivare per la prima volta all'Aquila i senatori del PD a luglio dello scorso anno.Per la prima volta, dopo quindici mesi dalla disgrazia,hanno visto con i loro occhi la nostra tragedia. Non la conosceva, disse l'onorevole Bersani, e si impegnò a raccogliere le firme per la nostra legge di iniziativa popolare. Non già di farsene carico, come sarebbe giusto. Ha comunque disatteso anche quella promessa. Promessa elettorale. Ci hanno preso a manganellate, a Roma, quando eravamo a manifestare pacificamente per i nostri diritti. Provano ad impedirci di partecipare ai consigli regionali e, una volta ammessi, veniamo trattati con sufficienza e disprezzo dal presidente del consesso, pescarese, abruzzese come noi, ed invitati, con disgusto e stizza, a lasciare l'aula. Ed ora dovremmo arrabbiarci per Borghezio? Dopo che ci hanno devastato un territorio, ci hanno inquinato l'aria, ci hanno dispersi, annientati. Soffocati. Ebbene, Aquilani, diamo un segno. Facciamo vedere che siamo vivi. Non pronti solo a ricevere, grande o piccolo che sia, il piacere personale nella campagna elettorale: una realtà già in pieno atto. Ché il piacere fatto ad uno è l'ingiustizia perpetrata a danno di tutti gli altri. Alziamo il capo. La dignità si dimostra anche non soccombendo. Si dimostra non chiudendosi nel proprio dolore. Si dimostra partecipando alla cosa pubblica. Che è nostra. Non pensando solo a noi stessi. Alziamo il capo e iniziamo a pretendere di essere attori nel risollevarci dalla nostra tragedia. Smettiamola di delegare.Alle amministrazioni inefficienti, o ai pochi cittadini attivi. Io so che le persone fiere ci sono. Non usciamo timidamente allo scoperto solo quando si parla di restituzione di tasse, ché la ricostruzione della nostra città e della nostra comunità è, per noi, la cosa più importante. L'Aquila è patrimonio nostro ed è patrimonio del mondo intero. Abbiamo il dovere di salvaguardarla.

mercoledì 5 gennaio 2011

Basta poco


E basta poco. Basta una vecchio bruciatore che si rompe, per l'ennesima volta, in una vecchia casa non tua, lontana dalla tua vita,e che ti fa piombare nel freddo che non dovrebbe farti paura. Ché lo conosci bene il freddo. E pure le sofferenze. Basta un articolo su L'Espresso: un giornale che parla della tua esistenza, e di quella dei tuoi compagni di sventura. Ne parla bene, dopo ventuno mesi. Ne parla come ne parli tu. Da ventuno mesi. Ma leggerlo, vederlo su quelle pagine patinate, scorrere le parole con lo sguardo velato, è toccare con mano quella tragedia che ti ostini a volere superare. E, a volte, non ci riesci. E allora un amico posta su facebook le vecchie immagini della strada più bella della tua città, la strada nella quale abitavi. Quella nella quale hai vissuto per cinquant'anni. Coperta di neve. E basta poco perché quelle lacrime, che pensavi di aver versato tutte, tornino come il primo giorno. Più salate, più amare. Ché nulla è cambiato. Tu sei solo molto più stanca.

venerdì 31 dicembre 2010

Buon Anno

E' arrivato l'ultimo giorno dell'anno. Era inevitabile. Il tempo scappa veloce. Anche se vivi in un non luogo dove tutto è fermo. I giorni, uguali l'uno all'altro, si cumulano, nell'attesa che accada qualcosa. E completano le stagioni. Mi piacerebbe dire una parola di speranza ai miei lettori. Ai concittadini e a quelli lontani. Ma non c'è, per noi, in questa fine d'anno. L'ultima mazzata, ché le mazzate non sono solo quelle che ti arrivano da un manganello, l'abbiamo presa due giorni fa. In un consiglio regionale che ci ha fornito la dimensione di quanto la nostra tragedia non sia compresa persino in quella sede. Che ci ha fatto capire quanto, per quei signori accomodati sugli scranni del potere, noi Aquilani siamo solo un fastidioso frangente. Il decreto milleproroghe non contiene il rinvio della restituzione delle tasse non versate nel periodo dell' emergenza. Per tacitarci, continuando a prenderci per i fondelli,ci dicono che la sospensione ci sarà, ma priva di copertura finanziaria. Sempre e solo denaro virtuale per noi, terremotati di serie b. Vi parlerò, nell'anno nuovo, dell'atteggiamento assunto dal consiglio regionale: è raccapricciante.
Ora è solo tempo di auguri. E voglio farli, nonostante sia amareggiata e stanca. L'augurio è quello che tutti noi si riesca a comprendere che il tempo di delegare è terminato. Che una nuova consapevolezza sorga in noi. E che si inizi ad agire dal basso, con tanta pazienza, non temendo i fallimenti. Solo così si può cercare di risorgere: uscendo allo scoperto e non temendo di mettersi in gioco. Noi Aquilani, noi Italiani.
Buon anno amici cari. Alzo il bicchiere alla vostra salute.
Dall'inferno di questa terra martoriata.

giovedì 23 dicembre 2010

Il pacco

Il pacco di Natale è arrivato per gli Aquilani. In tempo per essere scartato sotto l'albero. Le premesse al bel regalo c'erano tutte: il presidente della Regione, nonché commissario alla ricostruzione, Gianni Chiodi, era andato a Roma, in conferenza stampa, in assise con Berlusconi, Letta e Gabrielli, a dire che qui tutto va bene. A magnificare l'operato del Governo. A millantare denaro a disposizione. Virtuale. Persino un'indagine de La Sapienza ci comunicava che la nostra qualità della vita è migliorata. Il presidente della Provincia, Del Corvo, eletto fresco fresco dalla Marsica, risulta perennemente non pervenuto: l'Aquila non rientra, a quanto pare, tra le sue incombenze e i suoi pensieri: che ci pensino pure quei comunisti al governo della città. Il sindaco Cialente: sempre più debole, sempre più afono, sempre più inadeguato. Dedito più alle manovre di palazzo, che ai problemi della cittadinanza , mai è stato, né è stato percepito dalla popolazione, quale portavoce delle istanze di tutti i suoi concittadini. Mai è riuscito ad unire gli Aquilani verso l'unico obiettivo possibile: quello di una ricostruzione partecipata e non delegata.
Il regalo, quindi, è nelle nostre "case". E peserà, il prossimo anno. Nel decreto mille proroghe, approvato ieri, non compare la proroga della restituzione delle tasse sospese ai terremotati aquilani. Nonostante le promesse. Nonostante la situazione tragica. In compenso, compare la proroga per gli alluvionati del Veneto. Oggi il succitato terzetto dei nostri rappresentanti si recherà a Roma: a pietire, e a far finta di pietire. Mai, dico mai, un guizzo di orgoglio.
Intanto le c.a.s.e. del miracolo aquilano, quelle che avrebbero dovuto chiuderci la bocca,ché siamo stati fortunati, gli altri non le hanno avute, cadono a pezzi sotto i colpi del tipico inverno aquilano. Caldaie rotte, infiltrazioni d'acqua dappertutto e fogne che rigurgitano. Un miracolo da 2.700 euro al metroquadro. Il danaro per quelle c'è stato. E speso senza appalti, ché lo stato di emergenza, durato dieci mesi, lo consentiva. E continuerà ancora a consentirlo, ché l'emergenza, quella, sì che è stata prorogata di un anno. Quindi commissario, gentiluomo di Berlusconi, e vice commissario, gentiluomo del papa, potranno fare ciò che vogliono: prima di tutto, infischiarsene di noi cittadini. E della famosa trasparenza e partecipazione. Che neanche il nostro Comune di "sinistra" vuole ed applica. Salvo poi chiamarci come soldatini, quando lo ritiene opportuno, a manifestare e protestare al suo fianco.
Natale da far west il nostro.
I miei migliori auguri a tutti voi.

martedì 21 dicembre 2010

Riapriamola

Le occasioni di incontrare le persone sono sempre più rare, per noi Aquilani. Ero dal parrucchiere oggi. Una volta, nell'altra vita, mi dividevano dal negozio 25 passi. Oggi son 25 chilometri. Dal parrucchiere, si vede gente. Si ascoltano discorsi. Entrando, Giampiero, uno dei proprietari, che prima lavorava in pieno centro, ed ora su una strada di periferia, mi ha chiesto "Mbè, Anna, tu che sai tutto, quando ce lo ricostruiscono il centro?" "Non lo so, Giampiero, non so nulla, nessuno sa nulla". E lui, " non vado in centro da mesi". "Io non voglio vederlo il centro, mi fa troppo male", gli fa eco una cliente. E, da lì, parte un coro unanime: clienti e lavoranti, nessuno va in centro da mesi. Soffrono troppo. Molti lo hanno già archiviato. Si sono adattati alla nuova NON vita. Si sono adattati allo squallore del brutto.Ho fatto la mia solita arringa. Ho detto loro che la nostra città ha bisogno di noi. Di tutti noi. Non dobbiamo abbandonarla. Non possiamo permettere che ce la portino via. Ci stanno provando: non dobbiamo consentirglielo. Dobbiamo tenerla stretta con i denti. Ho visto volti assenti, rassegnati. Tristi. Eppure basta poco, basta il cuore. L'8 dicembre scorso, ho organizzato per la mia associazione l'addobbo dell'albero di Natale nel corso cittadino. Ai Quattro Cantoni. E le persone convenute sono state tante, tantissime. Il corso si è riempito di volti, di sorrisi. Di pianti. Di vita.

Riapriamola questa città che ci hanno tolto. Che ci hanno proibito. Riapriamola con la forza, se necessario. Con la determinazione. Con la nostra dignità.

giovedì 16 dicembre 2010

Update

La mia nuova vita è talmente diversa, sconclusionata, folle, imprevedibile, dura, da non concedermi tempo sufficiente per scrivere sul mio blog come vorrei. Mi capita, durante la giornata, di pensare di volervi raccontare quello che accade qui. "Questo devo scriverlo", mi dico.Ma poi il tempo passa. Ed io mi ritrovo a corrergli dietro. Concludendo, in verità, poche cose. Guadagnando, in compenso, tanta stanchezza e senso di frustrazione. E di impotenza. Mi sento, a volte, come quei topolini che girano a vuoto su una ruota senza senso. Corrono, si agitano, ma sulla ruota sempre restano. Sempre nella gabbia. Sempre ad aspettare. Cosa? E' freddo da noi. Freddissimo. Nel paesino dove vivo, ancora più freddo che nella mia città vuota. Il ghiaccio scricchiola sotto i piedi. E i vetri delle finestre sono appannati. La casa, che Manitù mi benedica per aver scelto di non vivere in una c.a.s.a., è il mio rifugio. Comincio a sentirmi a mio agio vivendola. Ad apprezzarla. A volerle quasi bene. Fuori, il nulla. Se non le mie montagne. E fuori ancora? Aldilà di queste montagne? Anche lì è scoramento profondo. Lo scenario italiano non è meno sconfortante di quello della mia città. E della mia vita. Uomini e donne in vendita. Partiti politici che son fantasmi. Imperatori e saltimbanchi. Figure e controfigure. Vuoto. E una piccola parte della società civile che, forse, si risveglia. Ma il processo sarà lungo. E faticoso. E denso di pericoli. Proprio come quello dell'Aquila e degli Aquilani. Per noi è ancor più dura, ché da gennaio pagheremo più tasse di tutti gli Italiani. E pagheremo la benzina due centesimi in più degli altri: c'è da ripianare il deficit della sanità abruzzese. Una voragine di 360 milioni. E per noi Aquilani sarà ancora più difficile: tutti, indistintamente, percorriamo chilometri e chilometri al giorno, per coprire le distanze che ci dividono da tutto. Nel traffico caotico, come quello di una metropoli. Cittadini senza città. Con i disagi di una grande città e la qualità di vita di un paese del terzo mondo. Però possiamo stare allegri: aldilà della schiacciante realtà, secondo uno studio de La Sapienza, la qualità della vita all'Aquila è migliorata. Ha infatti, in barba al terremoto, scalato la classifica dal 67° al 63° posto. Nonostante l'esplosione della disoccupazione, della cassa integrazione, il consumo dissennato del territorio, l'insostenibile inquinamento di aria, fiumi, terra,la città sventrata, il crollo dei consumi , le persone disperse, quelle che sono andate via, quelle distrutte psicologicamente, i Comuni al collasso economico, saliamo in classifica. Ridere o vomitare? Intanto l'appena insediato vice Commissario Cicchetti, quello condannato per aver lucrato sulla Perdonanza Celestiniana, mostra il primo muso duro. Stretta di ferro sugli abitanti delle c.a.s.e. e dei m.a.p ( che Manitù continui a benedirmi): non sei neanche padrone di allontanarti da quei surrogati di abitazioni, ché ti mandano via. E non puoi invitare a stare con te i parenti, ché vengono decurtati del contributo (fantasma) di autonoma sistemazione. E, se hai un figlio che frequenta l'università fuori città, devi cambiare casa per una più piccola, fin tanto che lui è fuori. Quando torna, trasbordi di nuovo. Espedienti di un furfante che penalizza tutti, per colpire i furfanti. Intanto arriva un altro Natale, che ci trova peggio di quello scorso. Più delusi, più amareggiati, più stanchi. Abbiamo allestito un albero ai Quattro Cantoni, luogo simbolo della città. Il crocevia degli appuntamenti di una volta, delle "vasche" lungo il corso cittadino. L'ho voluto io, mi hanno aiutato in tanti. Ognuno portando un addobbo da casa. Lo guardo: è bello. E triste. Ci siamo abbracciati ed abbiamo toccato la nostra disperazione. Quella dei tanti che son venuti, di quelli che son passati. Abbiamo cercato di farci forza, vicino a quelle transenne che, dopo venti mesi, ci separano ancora dalla nostra storia e ci impediscono di viverla. Gridando, a chi già sta dimenticando, che i Quattro Cantoni sono la nostra vita, quella della nostra città. Non quell'orribile centro commerciale che qualcuno ha sciaguratamente deciso di chiamare come l'unico luogo che, di diritto, sta nei nostri cuori. E che in molti stanno già dimenticando.
A presto.

sabato 4 dicembre 2010

La poesia di Daniele Verzetti. Per gli Aquilani.

Il mio carissimo amico Daniele Verzetti http://agoradelrockpoeta.blogspot.com/ , poeta genovese di rara sensibilità, leggendo il mio ultimo post, ha scritto una poesia che voglio proporvi.
Grazie Daniele per le tue parole.
Grazie per aver dato voce alla mia rabbia ed al mio dolore. Al nostro.
Ti ringrazio.
Ti ringraziamo.


MACERIE DI PIOGGIA

Acqua esonda dentro sofferenze acute
Ferite mai chiuse
Macerie di terra, fango e pioggia
Mai abbandonate.

Pioggia bagna volti prosciugati dall'amarezza
Con dignità dipinta sui loro sguardi
E polvere tra le dita.

Terra sfatta, crollata
Bagnata fradicia
Ma soprattutto schiacciata da bugie ed inettitudine.

Una faccia alza lo sguardo verso il cielo

Beve lacrime di pioggia e rabbia.

mercoledì 1 dicembre 2010

Il dolore. E il riscatto.


L'Aquila è con l'acqua alla gola. Piove ininterrottamente da giorni. E la città, già ferma, ora è immobilizzata. Piove sul progetto c.a.s.e. Sul miracolo aquilano, che fa acqua da tutte le parti.
Piove sulle voragini, sugli affossamenti, sui tombini occlusi. E piove sulle macerie e sui palazzi cadenti del centro storico. Sull'arte e sulla cultura. E sulla bellezza. Piove sulla nostra condizione disperata. Sui cittadini allo stremo: senza casa, con le tasse ed i mutui, e i prestiti, che bussano alla porta. La città è un non luogo allagato. Il centro storico un'enorme pozza nella quale navigano pietre e sporcizia. Nella quale galleggiano le promesse non mantenute. E le bugie. I morti sono andati via tragicamente. I vivi restano. Tragicamente. Ad annaspare fra i soliti rimpalli di responsabilità di chi le responsabilità non sa assumerle. Fra i soldi millantati e la dura realtà del danaro che non c'è.Chiodi, il vassallo del cavaliere, uomo senza dignità, ché un uomo con dignità starebbe accanto alla sua gente, in conferenza stampa, a Roma, lontano dal disastro e dai disastrati, con Berlusconi, Bertolaso e Letta, mentendo,magnifica il miracolo e invita all'ottimismo. I soldi ci sono e lui è ansioso di darceli. Ma ne arrivano pochi, col contagocce, e servono per pagare ancora l'emergenza. Il Comune è allo sbando, con il sindaco Cialente, sempre più debole ed afono, che non è capace di urlare i nostri diritti. E di pretenderli. I contributi per l'autonoma sistemazione sono fermi a sei mesi fa: 200 euro mensili negati a chi paga, per gli affitti, cifre esorbitanti. Di aiuti per l'economia al collasso non se ne parla neanche più. La ricostruzione pesante è di là da venire. Quella leggera impantanata fra le pastoie burocratiche.
Il vescovo tuona contro la manifestazione del 20 novembre "erano pochi, me lo hanno riferito degli amici che c'erano". Come se quei pochi, venticinquemila, sotto la pioggia incessante, fossero nulla. Persone neanche degne di rispetto. Invita, il presule, la cittadinanza a lasciar fare a chi sa fare. Perché scendere in piazza, quando c'è chi, nelle stanze chiuse, nelle quali lui siede nel posto d'onore, deciderà per noi? Ma il vescovo ausiliare D'Ercole è, invece, vescovo del popolo. Firma la legge di iniziativa popolare e plaude ai cittadini attivi. Così nessuno è scontento. Due vescovi, per tutti i gusti. L'operazione di immagine e la mistificazione regnano, come sempre, anche nella Curia.
E i ragazzi, gli studenti universitari, son scesi in piazza, nel centro storico martoriato,e saliti sui tetti, per protestare contro l'eutanasia imposta al sistema universitario, contro le decisioni ormai sciaguratamente passate al voto.
E come non dire, ancora una volta, che L'Aquila è l'emblema dell'Italia che affonda? L'Aquila è l'epicentro simbolico del sistema Italia che sta franando.
"Il riscatto è doloroso e l'Italia affronti il dolore", diceva il Maestro che ha scelto di morire.
Il dolore si affronta allontanandoci da chi ci induce all'ottimismo, da chi ci dice che va tutto bene, da chi, spudoratamente, indica il bicchiere mezzo pieno, invitandoci a nascondere la testa sotto la sabbia. Si affronta guardando in faccia la realtà. Facciamolo, il pieno di questo dolore. E iniziamolo, questo riscatto. Civile, politico e morale.

martedì 23 novembre 2010

Riprendiamoci le nostre città


Sabato pioveva sulle nostre speranze. E sulla nostra rabbia. Sulle nostre rivendicazioni. E sulla verità. L'Aquila si è mostrata, a noi e ai tanti venuti da fuori, in tutta la sua cruda realtà. Realtà alla quale troppi Aquilani rischiano di abituarsi. Realtà che, invece, va gridata, e combattuta. Eravamo tanti. Più di ventimila, al freddo e sotto l'acqua che ci ha accompagnato, impietosa come le nostre macerie, lungo tutto il doloroso tragitto. E le case sventrate, vuote e buie, sono state la scenografia della rappresentazione del dolore dal quale cerchiamo di uscire.
Molti c'erano, molti non c'erano. C'era chi vuole reagire, chi non si accontenta. E chi non delega. C'era chi si rifiuta di credere e far credere che tutto va bene. C'era chi non si arrende.E c'era anche in nome dei tanti che non sono venuti. Dei tanti che non ce l'hanno fatta a ripercorrere e rappresentare il loro dolore. Dei tanti che sono deboli, e stanchi, e rassegnati. Ma chi sfilava ha assunto su di sé il compito di guardare avanti con fierezza e di procedere lungo la difficile strada della partecipazione civile. La strada della ricostruzione sociale ed etica. La storia, le lotte, i cambiamenti non sono mai stati portati avanti dalla maggioranza dei popoli. Le avanguardie sono quelle che fanno la storia. Sono quelle che, dall'Aquila e da tutta l'Italia,sopra e sotto quel palco bagnato, hanno rappresentato le loro realtà ed hanno abbracciato quelle degli altri. Non siamo soli. Ora questo lo sappiamo: siamo in tanti a volerci riprendere le nostre città.

venerdì 19 novembre 2010

L'Aquila e l'Italia rispondono


E domani L'Aquila manifesterà. E l'Italia con noi. Le nostre macerie, ancora tutte qui, saranno il simbolo delle macerie dell'Italia intera. La televisione di regime non ne parla. Quella finta di sinistra neanche. Il solito Santoro ci ha voluti, ieri, scenografia per il suo programma di intrattenimento, senza dare appuntamenti. Demolendo persino l'iniziativa della legge popolare, scritta e presentata in parlamento dai cittadini terremotati, per la nostra emergenza e per tutte le emergenze d'Italia. Il piacione Fazio, con il bellimbusto Saviano, ci hanno ignorati, troppo presi a compiacersi di se stessi. E dallo share televisivo. L'Italia che resiste, fra dolore e distruzione, l'Italia solidale, non fanno audience.Ma noi, l'Italia vera, quella che soffre e lotta, quella che non si compiace davanti alla televisione inutile,domani, saremo in piazza. Le adesioni sono tantissime: questo testimonia che la società civile c'è. E risponde. Un piccolo gruppo di cittadini dell'assemblea di piazza Duomo, riuniti in presidio, ha organizzato, con ammirevole sforzo e spirito di abnegazione, la grande manifestazione di domani. E la città ed il territorio hanno risposto. Si sono astenuti i sindaci berlusconiani: otto. E la Provincia, berlusconiana anch'essa. Non gradiscono la presenza di Vendola e Di Pietro e dei comitati di cittadini provenienti da tutta l'Italia. Quelli che, come noi, vivono un'emergenza.Ritengono che la manifestazione sia troppo connotata dalla sinistra. Come se le disgrazie, quelle naturali e quelle compiute dall'uomo, avessero colori. E partiti. Il vescovo aderisce, non potendosi astenere di fronte alla risposta massiccia della città,ma rivolge un invito agli Aquilani "migliori" a non farsi strumentalizzare. Non so a chi si rivolga con quel "migliori". Vorrà, forse, compilare l'elenco dei buoni e dei cattivi, su una lavagnetta. Alla faccia del pastore di anime. Domani ci concentreremo a Piazza d'Armi, lì dove era stata posizionata la tendopoli più grande, la più difficile. Quella che è assurta a simbolo dell'azzeramento di democrazia che abbiamo subito nella fase dell'emergenza. Quando il comando e controllo, esercitato dalla protezione civile, ci ha sopraffatti, ingabbiati. Zittiti. L'Aquila è nostra e noi abbiamo il dovere di ricostruirla. Con le amministrazioni locali che devono garantire la trasparenza e la partecipazione della popolazione. E la legalità. Il Comune aderisce e sponsorizza la manifestazione, ma non sarà esente dall'essere messo di fronte alle sue responsabilità. I cittadini sanno che le inadempienze sono e sono state troppe. E non intendono abbassare la guardia. Da dopodomani si torna a lavorare sul territorio. Io sarò al corteo con la mia carriola, insieme con le altre carriole. Il cuore, e la forza, e il coraggio al servizio della mia città.

martedì 9 novembre 2010

Di botte. E di cialtroni. All'Aquila


Lo so, lo sappiamo, che viviamo in uno stato dove la libertà di espressione viene repressa. Dove la libertà individuale esiste solo se ti uniformi al pensiero unico. Dove la maggior parte delle persone a quel pensiero si uniforma. Ma viverlo, riviverlo, constatarlo ancora una volta, sulla propria pelle, anche se hai sulle spalle tante primavere, è desolante. Eravamo pochi, un centinaio. Sotto la pioggia. Gli striscioni, i cartelli, le carriole con le macerie della nostra città, un orinatoio che evocava Duchamp e facsimili di banconote tagliuzzati, a mo' di coriandoli: queste le nostre pericolose armi. Aspettavamo l'imperatore, in seconda passerella del giorno, dopo quella veneta. Ma è vietato dimostrare. E lo abbiamo capito subito. Loro, i celerini, erano più di noi. E determinati. E i poliziotti locali, quelli che , a volte, ci hanno mostrato la faccia buona, erano scuri in volto. La consegna era quella di picchiare. E lo hanno fatto. L'imperatore si è asserragliato al sicuro, nella scuola della guardia di finanza. Ed ha fatto il suo show, tra millantati meriti del governo e la solita barzelletta. Senza rispondere a nessuna delle domande che la cittadinanza gli aveva posto. Gli imperatori non devono render conto a nessuno. Men che meno ai sudditi. E il nostro sindaco ringraziava. Ringrazia, salvo poi, quando parla con la cittadinanza, evidenziare tutte le colpe della gestione del dopo terremoto. Attribuendole sempre ad altri. Quando il principale responsabile è lui, che ha consentito agli invasori ed agli speculatori di far di noi terra di conquista. Ed ai potentati economici locali di fare esclusivamente i propri interessi.Che consente che i suoi concittadini vengano trattati come delinquenti, dopo aver garantito, non più di quattro mesi fa, in una pubblica assise,che non avrebbe mai più permesso che qualcuno sollevasse le mani sui terremotati.E la farsa mediatica si è consumata per l'ennesima volta. Non guardo la televisione, quindi non so se qualcuno ha parlato di noi. Di noi resistenti da diciannove mesi. Se il sindaco ha intenzione di sfilare con noi, il 20 novembre, sappia che stavolta troverà pane per i suoi denti. Ché le nostre rivendicazioni abbiamo da farle per primo con lui. Lui che si riempie la bocca di partecipazione e di parole di sinistra, ed è il primo responsabile della tragedia della nostra condizione. Non serve che mandi i suoi emissari all'interno dell'assemblea cittadina e che pensi, in tal modo, di manovrarla. Ora basta!

venerdì 5 novembre 2010

Non lo possiamo permettere



Bertolaso va in pensione. Lo ha annunciato con grande rammarico il satrapo nazionale. Lascia eredità pesanti. L'Aquila devastata dall'edificazione selvaggia del piano abitativo di emergenza, con decine di migliaia di persone senza casa e i debiti lasciati alle amministrazioni locali. Napoli sommersa dalla spazzatura. Il Veneto alluvionato. Le frane che travolgono il Paese. Lascia con carichi penali pendenti, ma viene a salutarci :martedì prossimo, insieme con il fauno più amato dagli Italiani, sarà all'Aquila. Fra i terremotati? Bagno di folla plaudente? Nulla di tutto ciò: saranno, blindatissimi, nella scuola della Guardia di Finanza. Con la claque assoldata all'uopo. Saranno qui a fare il punto della situazione, l'anziano satiro arrivato al capolinea e il pensionando esecutore in deroga alle leggi dello Stato italiano. Io, noi, non possiamo permettere che il presidente del consiglio venga per la seconda volta, dopo Noemi e la D'Addario, a ripulirsi la faccia sulla nostra disgrazia. Ma nulla potremo fare. Dovremo subire, ancora, la farsa mediatica. Mentre, stremati, prepariamo una manifestazione nazionale che porti alla luce lo sfascio del nostro territorio e quello dell'Italia.
Non lasciateci soli. L'emergenza è di tutti.

mercoledì 3 novembre 2010

Macerie di democrazia

L'Aquila, epicentro dell'emergenza Italia.
L'Aquila, con le sue macerie, ferma al 6 aprile 2009.
L'Aquila senza lavoro. Con la povertà che bussa alla porta. Economia e mercato locale al collasso. Sette milioni di ore di cassa integrazione per diciassettemila dipendenti, destinati ad aumentare. L'80% delle attività commerciali ed artigianali che non ha riaperto i battenti. Famiglie nelle quali hanno perso il lavoro moglie e marito. E nessun aiuto è previsto.
La ricostruzione pesante che non inizia. Quella leggera che si muove fra mille impedimenti.
Non c'è danaro, se non virtuale. E la vita di tutti i giorni è gravata dai mille disagi di una città fantasma.
Questo terremoto non è eguale per tutti. Paradigma dell'Italia: va avanti chi sa sgomitare, chi conosce l'amico dell'amico, chi si allea con il potere. Chi paga il potere.
L'Aquila emblema dell'emergenza democratica.
Le nostre macerie, simbolo delle macerie della democrazia che vede l'inettitudine di chi dovrebbe governarci pensare unicamente alla spartizione del potere. Più o meno grande, più o meno a brandelli.
E l'emergenza ambientale: il consumo del territorio, in mano alla protezione civile ed al furbo di turno che, comunque, continua ad edificare. Con buona pace delle amministrazioni.
Un territorio devastato: dal sisma e dalla mano umana.
I centri storici, patrimonio dell'Italia intera, lasciati a marcire nel totale abbandono. Quello aquilano ancora militarizzato.
E l'informazione mendace che svia le menti di chi si ciba di televisione, senza pensare.
Questa è L'Aquila. Questa è l'Italia.
E qui vi chiediamo aiuto. Ancora aiuto, dopo l'enorme solidarietà che ci avete dimostrato nella prima emergenza della nostra disgrazia.
Chiediamo aiuto agli Italiani . A coloro che credono che sia ancora possibile riappropriarsi della propria dignità e delle proprie vite.
Il mio è un appello lucido ed accorato. Condividete e raggiungeteci.
Il 20 novembre vi chiamiamo all'Aquila.
A manifestare contro le emergenze ed i commissariamenti.
Contro le cricche e le speculazioni.
Contro la devastazione dei territori.
Contro l'inquinamento.
Per una democrazia che sia vera e fatta dai cittadini.
Per dire BASTA a questo stato di cose.
Per la rinascita democratica del nostro Paese che merita di essere risollevato dal baratro nel quale è precipitato.
Perché il Paese è uno solo e solo uniti ce la possiamo fare.
Tutti, insieme, riprendiamoci il nostro futuro.

venerdì 29 ottobre 2010

L'autorità del Presidente Chiodi


Il Presidente della regione Abruzzo, Gianni Chiodi, qualche giorno fa ha esternato su facebook in merito all'autorità (http://www.ilcapoluogo.com/site/News2/Politica/Chiodi-Contro-il-pensiero-unico-sull-autorita). Gli ho risposto.

Egregio Presidente Chiodi, vorrei reagire alla Sua intemerata in favore dell’autorità, anzi dell’Autorità, non una qualità di cui si analizzi il senso e la portata, per comprendere a chi spetti, a chi debba essere riconosciuta e perché, ma una sorta di valore assoluto. A prescindere. Ho riletto la nostra bella Costituzione repubblicana: vi ho trovato i valori della dignità, dell’eguaglianza (art.3), della libertà (art.13,14,15,16 ecc), del rispetto della persona umana (art.32), ma non ho trovato il valore dell’autorità. La parola autorità, lì, non è mai usata da sola, ma come “autorità di pubblica sicurezza” (art.13), “autorità giudiziaria” (art.21) per definire una funzione pubblica.
Ho poi letto la più recente “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”,che ha valore giuridico da appena un anno, e anche lì ho trovato che i sei valori cui sono intitolati i capitoli nei quali la Carta è suddivisa sono: dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. Non si parla dell’autorità. Eppure non sono affatto ignorati i doveri. Anzi, si afferma che il godimento dei diritti previsti “fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.
Il potere di per sé non è buono. Da Montesquieu in poi abbiamo imparato che deve essere diviso, controllato, soggetto alla legge.
L’autorità si conquista con l’autorevolezza. Se imposta forzatamente, è mero autoritarismo.
L’ordine senza aggettivi non è un valore. L’ordine regna anche nei cimiteri. E nei gulag.
L’obbedienza di per sé non è una virtù. Il dovere di disobbedire agli ordini ingiusti è una delle conquiste della nostra civiltà giuridica, frutto della profonda “rivoluzione dei diritti umani” che, a partire dal secondo dopoguerra, ha segnato una svolta nella comunità internazionale. Dopo gli orrori della guerra e dell’olocausto. Questo dovere di disobbedienza non ha nulla a che vedere col “nichilismo ottundente” o il “relativismo esangue”. Anzi, richiede un sovrappiù di coraggio e di responsabilità di cui si vedono oggi assai pochi esempi, e non certo per colpa del ’68.
E’ davvero azzardato sostenere che la “crisi etica” della società italiana nasca dalla “svalutazione dell’autorità”, quando sono del tutto evidenti ben altre cause. Dalla corruzione, per cui l’Italia vanta un triste primato, alla collusione fra poteri pubblici (le “autorità”, appunto) e le mafie; dall'accaparramento di vantaggi personali da parte di coloro che dovrebbero rappresentare la Nazione, od essere “al servizio esclusivo della Nazione”,ai conflitti di interesse. Sino alla trasformazione in merce e all’umiliante esibizione mediatica del corpo femminile, per dirne solo alcune. Da qui, nasce una cattiva democrazia che esprime istituzioni prevalentemente prive di minimo etico. Estranee ad ogni istanza egalitaria. Una cattiva democrazia non riscuote rispetto per le autorità semplicemente perché non lo merita.
Forse lei dimentica che la nostra storia non comincia, né finisce con il 1968, con i suoi pregi e i suoi difetti. C’è un lungo prima e un consistente dopo. Un prima di riscatto da regimi dittatoriali (e “autoritari”, appunto) e un dopo segnato da Tangentopoli.
E’ giustissimo pretendere il rispetto per chi esercita legittimamente una funzione pubblica. Dai professori ai poliziotti. Ma, appunto, “legittimamente”. Ed è purtroppo vero che molti danni hanno fatto gli egoismi di un individualismo proprietario, le chiusure e le paure di un Paese che ha perso il rispetto per se stesso e smarrito i valori delle lotte combattute per riscattarsi sia dal passato fascista, che dalla povertà e dallo sfruttamento. Fra questi il valore della solidarietà e l’importanza della conoscenza e della cultura. E’ così che cattivi genitori, aiutati dai pessimi esempi pubblici, non sanno più trasmettere ai propri figli il gusto della propria storia, della conoscenza scientifica, della bellezza dell’arte e della letteratura, il rispetto per chi lavora per loro nella scuola. Ma tutto questo non si supera invocando l’autorità, l’ordine, il potere.
Occorre un’autorità moralmente credibile. Un ordine fondato sulla giustizia. Un potere controllato e responsabile.
E’ vero che dall’assenza di regole a guadagnarci sono i forti e i furbi, mentre a perderci sono i deboli e gli onesti. Ma l’esistenza di regole che proteggano efficacemente i deboli e gli onesti si chiama diritto, si chiama giustizia. Dove regnano diritto e giustizia, dove è diffusa l’obbedienza a leggi costituzionalmente legittime, coloro che esercitano funzioni pubbliche (le “autorità”) sono rispettati e la legittima repressione contro le violazioni dell’ordine democratico non suscita rivolte condivise.
L’obiettivo da perseguire è la ricerca costante dell’attuazione dei valori di dignità, libertà, eguaglianza e solidarietà.Non quello dell’affermazione di un ordine purchessia. E di un’autorità fine a se stessa.
Non è l'autorità che fa libera una democrazia. E' la libertà che deriva dall'eguaglianza praticata. Libertà che è partecipazione alla cosa pubblica. Non già come obbedienti sudditi, ma come cittadini consapevoli.

Distinti saluti.
Anna Pacifica Colasacco
(cittadina dell'assemblea di piazza Duomo all'Aquila)

mercoledì 27 ottobre 2010

Meglio tardi che mai

Mi è difficile scrivere. Per svariati motivi. Il primo è che non posso dare buone notizie. Sono diciannove mesi che non riesco a darne. Neanche una piccola. Anche se mi sforzo di trovarne.
Una ce ne sarebbe, ma forse è una falsa buona notizia.
I cinque saggi, chiamati dalla struttura tecnica di missione che dovrebbe occuparsi di stilare un piano di ricostruzione per la città, hanno fornito una prima relazione che riguarda le azioni da compiere a breve termine. Ebbene, il sociologo, l'economista, l'urbanista, persino gli uomini di Confindustria, tutti di acclarata fama, mettono nero su bianco quanto noi cittadini attivi andiamo ripetendo da mesi e mesi. E dicono cose di buon senso (strano, vero?), le dicono dopo diciannove mesi, e son cose che parlano di progettazione partecipata, di democrazia partecipativa. Scrive il sociologo Aldo Bonomi :"la progettazione non partecipata, anche quando tecnicamente efficace, genera quasi sempre un deficit di trasparenza e, nei casi più deteriori,peraltro frequenti nella storia del nostro paese,logiche opportunistiche e l'uso distorto delle risorse. L'approccio metodologico proposto, viceversa, si fonda sull'ipotesi per la quale solo un adeguato grado di mobilitazione della società locale e il suo riconoscimento come soggetto protagonista del processo di ricostruzione può combinare efficacemente qualità tecnica ed equità di efficienza e controllo democratico". Ci voleva il grande saggio per dirlo. Dopo diciannove mesi.Non so se Berlusconi e Bertolaso leggeranno mai il documento. Dovessero farlo, penseranno che il dottor Bonomi è un disfattista comunista. Così come l'economista Paolo Leon che afferma che i centri storici sono un bene unico, per i significati simbolici che portano in sé. "Un bene che appartiene alla collettività, locale, nazionale, planetaria,aldilà dell'interesse o dell'utilità dei singoli" , conferma l'urbanista Lampugnani che parla di regole, trasparenza, controllo. Che parla di ricostruzione che si paga da sola, poiché favorisce l'imprenditorialità locale e, in seconda istanza, attrae investimenti esterni. E noi lo gridiamo, inascoltati, da mesi. Non perché siamo particolarmente saggi, ma perché è l'unica analisi che si può fare.E ci hanno sfibrati, non prendendo in considerazione proposta alcuna. Primo fra tutti il Comune, che ancora non ci garantisce neanche un luogo dove incontrarci, dove esercitare la partecipazione tanto sbandierata dai saggi . E la Regione, e su, fino a giungere al Re Sole Bertolaso , alter ego dell'altro Re Sole, che ha fatto di noi carne da macello. Quindi non è una buona notizia, ma è una cosa che ti fa solo arrabbiare, ché troppo tempo si è perso. Ché mi sento presa per i fondelli. Anche dai cinque saggi che, dopo diciannove mesi, non dicono nulla di nuovo. Solo aria fritta. Per continuare a perdere tempo. Noi vogliamo i progetti. E le idee per la nostra città. Idee che neanche i grandi consiglieri hanno ancora.


martedì 19 ottobre 2010

Non si può più aspettare



Tante le cose che vorrei raccontarvi, ma tutte riconducono ad un'unica, cruda, realtà: L'Aquila è ferma. E i problemi, col passare del tempo, si moltiplicano ed ingigantiscono. La qualità della vita è desolante. I cittadini, coraggiosi, son tornati sulla loro terra. Ma manca la città. Viviamo un non luogo dove la civitas ha lasciato il posto agli agglomerati diffusi di realtà ghettizzanti,che già mostrano evidenti segni di deterioramento, al traffico impazzito che si snoda verso il nulla, all'inefficienza dei trasporti pubblici. Alle persone disorientate e stanche che, in massima parte, hanno trovato alloggi di fortuna. Distanti gli uni dagli altri.La vita quotidiana appare una guerra. Persa in partenza. Non esistono luoghi dove incontrarsi. E' impossibile coltivare i rapporti umani. Il centro della città antica è sempre più solo. E interdetto. Piazze e vie ingombre di macerie. E ancora militari, a presidiare. Gli Aquilani sono sfiduciati. Nessuna certezza per noi. Neanche lontana. E i cittadini attivi sono dispersi. Il centro del capoluogo di regione non ha neanche più una tenda per favorire le riunioni della cittadinanza, i confronti di idee, la socializzazione. Il Comune nicchia. Alla vibrata richiesta, risponde che la tenda devono procurarsela i cittadini. Autofinanziandola. Cittadini senza più casa, né vita.
E noi ci siam persi per cercare di fornire soluzioni a chi queste soluzioni non vuole trovarle. E, soprattutto, non vuole trovarle con noi. Ad arrovellarci su leggi e piattaforme propositive. Quando le nostre dovrebbero essere solo rivendicazioni. Che nascono dal constatare i nostri bisogni. Dovremmo esercitare il diritto di rivendicare una vita decente e, soprattutto, chiarezza e trasparenza su ciò che si sta decidendo sulle nostre teste. E il diritto al lavoro, pretendendo misure immediate che rilancino l'attività economica e produttiva al collasso. Il diritto a ricostruire le nostre case. Con fondi certi. Non con la finanza creativa che promette e, nella realtà, non dà.Siamo stanchi dei continui rimpalli di competenze. Pretendiamo un progetto per la nostra città che, dopo diciannove mesi, ancora non c'è. Per darci speranza, anche a lungo termine. Ed una ragione per restare. Siamo stanchi di stare a guardare. E, soprattutto, stanchi di non essere presi in considerazione. Bisogna tornare a pretendere di riaprire la nostra città. Le soluzioni le trovi chi è pagato profumatamente, da noi, per farlo. Ci servono risposte. E concretezza. Non si può più aspettare.

domenica 17 ottobre 2010

Apro la porta

Apro la porta ed entro. Piano. Ho lasciato questo luogo troppo solo. E troppo a lungo. Eppure l'ho amato. E lo amo ancora. Tanto. Mi siedo ed accendo la luce. Mi guardo intorno e tocco il mio dolore e la fatica del mio vivere. Tocco la rabbia. E la disperazione. E la stanchezza. E la voglia di andare avanti. Tocco gli alti ed i bassi del mio umore. E quello che ho tirato fuori, mettendomi a nudo, in questi giorni, e mesi, di vita estrema. Tocco me stessa. E l'affetto di tanti. L'insofferenza di pochi.
Guardo fuori ed è notte. E freddo. Qui è caldo. E questa è la mia casa. Quella che avevo "prima". E la stessa che ho ora. E che ritrovo.Questo luogo mi ha aiutata a sopravvivere. Mi ha dato una speranza. E la forza. Ha dato corpo ai miei pensieri. E alle mie ragioni. Mi ha fatto piangere. Gridare. E mi ha chetata. Mi ha fatto sentire meno sola e spaventata. Mi ha fatto raccontare, spiegare, interloquire.
Vivere.
Il blog riapre.
Ed io ricomincio a scrivere.

P.S. Mi rendo conto, dai messaggi privati che ricevo, di aver generato, con questo post, un equivoco: non sono assolutamente tornata a vivere nella mia casa che si trova in zona rossa ed è inaccessibile e versa in condizioni di gran lunga peggiori di quelle in cui era il 6 aprile dello scorso anno. La casa cui faccio cenno, l'unica che sento mia e che è la stessa da quattro anni, è questo blog.

lunedì 27 settembre 2010

......

Sono ancora lontana dall'Aquila. Tornerò a breve. Da qui, la mia città mi appare un incubo al quale, nonostante tutto, desidero tornare. La casa, quella nella quale vivo da qualche mese, mi appare estranea. Nulla mi invita a riaprirla. Né le cose che ho salvato dalla distruzione, né l'idea di un tetto per l'inverno. Sono estranea al mondo che mi circonda. Faccio finta di essere normale, ma non lo sono. Non si può più essere normali, dopo una disgrazia come quella che stiamo patendo. La sensazione è dell'instabilità totale: il sentirsi inadeguato ovunque. Meno che tra quelle montagne. Non fra quelle mura, ma su quella terra che è l'unica cosa che mi dice che i ricordi si possono ancora toccare.


lunedì 13 settembre 2010

Far chiarezza per guardare avanti

I simboli sono importanti. Tratteggiano il percorso delle idee e delle azioni.
Le carriole: segno di rinascita e di consapevolezza che ha valicato i confini della città terremotata. Assurgendo a prorompente simbolo di cittadinanza consapevole e attiva. E di speranza. Per molti.
Il tendone di piazza Duomo: simbolo anch'esso. Di azione che diventa sostanza. Spazio aperto alle proposte ed al confronto di idee.
Le carriole risorte dopo il letargo imposto dagli eventi e da chi in esse ravvisa un'aggregazione troppo destabilizzante per le istituzioni; il tendone sparito fisicamente. Non inaspettatamente. Poca chiarezza c'è stata: in pochi sapevano perché il tendone fosse lì. E chi per esso pagasse. Nell'aria c'era già il sentore che sarebbe stato rimosso. Il proprietario, imprenditore aquilano e cittadino attivo, ne ventilava la rimozione da tempo. L'ha messa in atto, giustamente dal solo punto di vista dell'imprenditore, venerdì scorso. Stanco dei malcelati dissapori interni e di alcune prese di posizione dure e decise. Che chiedevano, comunque, chiarezza. I cittadini attivi son rimasti spiazzati. Ed amareggiati. E' stato come perdere la casa per la seconda volta. E l'identità faticosamente conquistata. Ma l'Assemblea cittadina non è solo un luogo fisico. E', principalmente, la forza e la determinazione delle persone che la animano. L'Assemblea non muore. Va ripensata e ristrutturata con l'obiettivo dell'efficienza e dell'incisività. I cittadini attivi son cresciuti. Di numero ed in consapevolezza. E non si fermano. Si riuniranno mercoledì 15 settembre, sotto i portici della Banca D'Italia, alle ore 18, portando le sedie da "casa". La sedia che diventa nuovo simbolo. Di determinazione. Il centro storico non può essere abbandonato. L'Assemblea non può essere abbandonata. E le nubi, alimentate dal silenzio alle domande senza risposta, seppur più volte sollecitate, vanno fugate, superando il tipico perbenismo ipocrita di provincia.
Le cose vanno dette: l'Assemblea non è luogo di intrigo politico, né trampolino di lancio per ottenere incarichi e prebende,né strumento per portare avanti progetti che seguono iter oscuri e tortuosi che non contemplano la vera partecipazione della cittadinanza.
L'auspicio è che chi si sente ingiustamente chiamato in causa, da pericolosi quanto sterili detrattori esterni e da agenti interni che invitano, seppur duramente, alla riflessione ed alla trasparenza, chiarisca definitivamente. E pubblicamente.
Le stanze chiuse lasciamole ad altri.