martedì 9 marzo 2010

L'incontro con Gaetano Fontana

"A settembre erano pronte le prime linee guida per il centro storico. Era necessario creare una struttura ad hoc, un'unità di missione solida, per affrontare una situazione abnorme. Ora l'unità di missione è fatta. Possiamo intervenire."
Queste le parole rilasciate dal sindaco Cialente, a favore dei giornalisti, domenica 22 febbraio, mentre era in atto la manifestazione del popolo delle carriole in piazza Palazzo. Manifestazione che egli stesso ostacola e che poi cavalca, insieme con gli altri esponenti della sinistra locale. Lunedì pomeriggio comitati e cittadini hanno incontrato l'architetto Gaetano Fontana, coordinatore della struttura tecnica di missione che si occuperà di supportare il commissario Chiodi ed il vice commissario Cialente nell'opera di ricostruzione della nostra città. L'unità di missione è nata per individuare le strategie per la ricostruzione e per il rilancio della zona terremotata, per garantire la trasparenza degli interventi e per coordinare i soggetti pubblici con i privati. Definita “snella” dal presidente Chiodi, dovrebbe essere costituita da trenta elementi, individuati per una metà nella pubblica amministrazione e per l'altra ad incarico diretto. Con lo spettro che sia politico. Nell'incontro l'architetto Fontana ha tenuto subito a chiarire che, a tutt'oggi, la struttura non dispone di una sede, ad eccezione di una stanzetta “rubata” presso la scuola della Guardia di Finanza, ed è composta di soli quattro elementi. Alle domande dei cittadini, ha risposto con un continuo rimpallo di competenze e responsabilità. Quello che gli Aquilani vivono dal 6 aprile. Nessuna certezza, neanche minima. E l'incertezza alimenta lo sconforto. E destabilizza. E' apparso chiaro che chi dovrà gestire un compito tanto arduo poco o nulla conosce della realtà della città e del territorio. Ci siamo sentiti dire che la nostra città sarà ricostruita solo se Tremonti ci darà il danaro. Questo lo sapevamo. Ed abbiamo riscontrato la medesima tecnica di approccio con i cittadini usata da Bertolaso: apparente apertura al dialogo,sorrisi, ma decisioni già prese o da prendere nelle stanze chiuse. Alla fine dell'incontro apprendiamo che, dopo undici mesi, l'architetto Fontana è ancora alla ricerca di una vocazione per L'Aquila. Un burocrate senza anima, quale mi è apparso il deus ex machina della ricostruzione aquilana, è l'ultima cosa che serve ad una città che sta morendo.

5 commenti:

lucianobellilaura ha detto...

Ed allora, perchè continuare con la gestione commissariale della ricostruzione? Perchè non prendere in considerazione le proposte del "Comitatus Aquilanus" e del "Circolo per la Valorizzazione delle Terre Pubbliche"?
In sintesi queste le proposte:
- l’impugnativa al TAR LAZIO dell’Ordinanza 3833 del Dicembre 2009 che reitera nei fatti una gestione
Commissariale della Ricostruzione;
- la proposta di una normativa alternativa a quella abbozzata dal trio CHIODI_CIALENTE_FONTANA;
- un Vademecum per la selezione e lo smaltimento delle macerie;
- la costituzione di una Cooperativa di giovani disoccupati che possano formarsi ed operare materialmente nella gestione delle macerie per la loro differenziazione e custodia;
- la creazione di un consorzio di cavatori locali che possano occuparsi dell’accumulo e della lavorazione degli inerti risultanti dalle macerie e proporre il recupero ambientale delle cave dimesse del cratere.
Che cosa non è condividibile?

MFM ha detto...

Chissà da dove viene stò Fontana, chissà se è mai stato a L'Aquila prima del terremoto, se ci ha mai fatto un giro, se ci ha mai dormito, se conosce degli aquilani, se sa come si viveva a L'Aquila.
Domande retoriche, lo so, ma sono le prime che mi vengono in mente.

Cominciamo a organizzarci per il 6 aprile, io e la mia famiglia abbiamo preso da tempo le ferie per dedicare tutto il giorno alla città. Mia figlia ha 10 anni e voglio che torni a scuola a Roma dopo le vacanze pasquali raccontando quello che ha visto a L'Aquila.
Ti abbraccio forte Anna, ci rivediamo presto.

Mammamsterdam ha detto...

Non mollare, non mollare, non mollare. Poi ogni volta mi viene un travaso di bile.
(Non mollare, non mollare, non mollare)

Linus ha detto...

Ho trovato un articolo interessante sull'operare attraverso new town.

http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2450031&title=2450031

Le new town "made in Bertolaso"? Abusive
Che fosse un gran pasticcio – e non soltanto per la spesa: ben 60 milioni di euro – s'era capito da tempo. Il pasticcio, però, ieri è stato certificato da una sentenza del Tar del Lazio. La "new town" calabrese fortemente voluta dalla Protezione civile targata Guido Bertolaso - il nuovo centro urbano che avrebbe dovuto sostituire Cavallerizzo, il paese colpito da una frana nel 2005 - rischia di franare, a sua volta, sotto i colpi degli atti giudiziari.

La “new town” - tuttora incompleta - è infatti priva d'un elemento essenziale: la procedura di valutazione ambientale. Non solo. È stata annullata la decisione di “delocalizzare la frazione di Cavallerizzo”: il Tar ha “annullato il verbale del 31 luglio 2007, con il quale, la conferenza dei servizi, ha approvato il progetto definitivo di ricostruzione in località Pianette”.
Semplificando: è stato annullato l'atto che disponeva la delocalizzazione, ovvero la costruzione della “new town” che quindi, adesso, non poggia su alcun fondamento giuridico. Il ricorso è stato presentato dall'associazione “Cavallerizzo Vive” e il suo accoglimento, ottenuto dagli avvocati Riccardo Tagliaferri e Alberto Carretti, può produrre conseguenze molteplici. Innanzitutto: l'interruzione dei lavori, in ritardo già d'un anno e costati, finora, sessanta milioni di euro. Senza contare le ripercussioni sociali: la “de-localizzazione” ha già spaccato la comunità di Cavallerizzo, divisa tra chi desidera una nuova casa in un nuovo paese, e chi, al contrario, sogna di recuperare la vecchia casa nell'antico borgo.

La sentenza emessa ieri dal Tar rischia ora di esasperare gli animi. Ed è il segno tangibile che la “soluzione” della “new town” non ha risolto nulla: a cinque anni dalla frana, il nuovo paese non è completato; gli abitanti vivono in affitto e le pigioni sono pagate con i soldi dello Stato; la comunità è lacerata in maniera irreparabile. Certo, il governo e la Protezione civile, ricorrendo al Consiglio di Stato, potrebbero ribaltare la situazione, ma la sentenza di ieri dimostra un fatto: il pasticcio c'è. E non vale, per risolverlo, ricorrere al dogma dell'emergenza. Il Tar sancisce che non sempre, una situazione d'emergenza, consente d'eludere la Valutazione d'impatto ambientale. Oltre l'emergenza “urgente”, deve esserci un “pericolo immediato, non altrimenti eliminabile”.

Requisito che può esistere quando si decide “se” delocalizzare. Requisito che manca, invece, quando si decide “dove” delocalizzare. Per Antonio Madotto, dell'associazione “Cavallerizzo Vive”, la sentenza del Tar è un motivo di speranza: “Il nostro ricorso – dice – nasce da un unico motivo: vogliamo tornare a casa nostra, nell'antica Cavallerizzo. Di fatto, con questa sentenza, è stata sospesa la ricostruzione. E quindi: ora si potrebbe, finalmente, recuperare il nostro centro storico. Un recupero che ci consentirebbe di rientrare nelle nostre case”. Per molti altri, la stessa sentenza, è motivo di disperazione: “Il risultato di questo ricorso”, conclude Madotto, “alimenterà la nostra divisione: comprendo il dramma di chi, dopo questa sentenza, rischiano di non avere una nuova casa. Ma la responsabilità non è nostra. È di chi non è stato trasparente nelle procedure e ha spaccato la nostra comunità. Sprecando 60 milioni di euro. Utili soltanto per l'ennesima speculazione edilizia”.

Matteo ha detto...

In Italia funzionerà sempre tutto così, perchè gli italiani come diceva Flaiano, accorrono sempre in aiuto del vinitore!